Viaggio nella storia di Elsa Morante
Nel giugno 1974 venne pubblicato un romanzo famigerato e discusso: “la storia” di Elsa Morante. Ottenne un successo immediato: furono tirate infatti circa seicento mila copie, tantissime, cosa mai accaduta per nessun altro romanzo in quel periodo. Era un’opera controcorrente, d’ispirazione anarchica, di protesta, di dolore, di condanna della storia e divenne presto un caso letterario e politico molto dibattuto. Nacque una sorta di caccia alla strega, la Morante fu accusata di speculare sulle sofferenze, propagare pessimismo, diffondere disperazione. La scrittrice Natalie Ginzburg fu la prima a definire “la storia” un capolavoro.
È in grado ancora oggi questo romanzo di appassionare, dividere, sedurre, farsi odiare e amare, come cinquant’anni fa? Assolutamente si: “la storia” ha una dimensione universale e perciò sempre contemporanea. Ne è la dimostrazione la serie omonima diretta da Francesca Archibugi, uscita gennaio dello scorso anno su rai 1, che ha riscosso consensi e critiche positive, oltre a ricevere il nastro d’argento come serie dell’anno. La regista è riuscita nell’ardua impresa di trasformare in immagini le pagine di uno dei capisaldi della letteratura italiana, in maniera fedele, conservando la stessa tensione, lo stesso crudo realismo, la stessa disillusione e allo stesso tempo bellezza.
Ma perché “la storia” è così importante e sempre attuale?
Innanzitutto il romanzo è ambientato a Roma durante il periodo della seconda guerra mondiale, tra il 1941 e il 1947 e si presenta come una cronaca di quartiere in cui si ricostruiscono le storie di persone comuni, vittime della storia, che vivono nella storia, ma non fanno la storia. La vicenda principale racconta di Ida Mancuso, maestra elementare vedova con origini ebree, e dei suoi due figli: Nino, primogenito, frutto del matrimonio, e Giuseppe detto Useppe, nato dalla molestia di un soldato tedesco. Nino è un entusiasta, un innamorato della vita, con speranze e sogni, o illusioni. All’inizio è tronfio e, spinto da ideali fascisti, si arruola come soldato per combattere a fianco dei tedeschi. Successivamente torna a Roma da partigiano e rivoluzionario per combattere contro i tedeschi. Infine, terminata la guerra, diventa contrabbandiere. Ida è il volto della paura, dell’ansia e dell’ignoranza. È descritta come una bambina al pari di quelli a cui insegna, che non sa come comportarsi, mossa solo dal desiderio di preservare la sua vita e quella dei figli. Vaga insicura, in bilico per le strade di una città sconvolta dalla guerra e dilaniata. Il piccolo Useppe, al contrario, vede il mondo attraverso i suoi grandi occhi azzurri e ne è incantato: gli appare fanciullesco e fiabesco; parla con gli animali, pensa poesie, gioca tra le macerie di un equilibrio distrutto. Useppe è però un prodotto di guerra e come tale trascina con sé tutte le contraddizioni, si porta dentro un inquietudine che si manifesta attraverso attacchi epilettici e un’ insofferenza verso qualsiasi tipo di istruzione. Poi ci sono tante altre storie secondarie che si intrecciano tra di loro. C’è Davide Segre, intellettuale anarchico ed eroe partigiano, che finisce post guerra vittima della dipendenza da droga. C’è la famiglia dei mille, sfollati napoletani che trovano alloggio in uno stanzone a Pietralata, condiviso anche con un anziano comunista, Giuseppe Cucchiarello (chiamato, nel linguaggio infantile di Useppe, Eppetondo). C’è la famiglia Marrocco, la prostituta Santina, l’oste Remo, il cane Bella, seconda mamma di Useppe. Esistenze rese vane dalla guerra, senza futuro ed insignificanti. I protagonisti non sono eroi grandiosi che compiono un viaggio; non c’è una trama romanzesca, fantastica ed epica; non c’è alcuno stereotipo narrativo. L’azione è spinta da una condizione più terrena, più animale: la fame e il bisogno di sopravvivenza. I destini degli uomini appaiono così non molto diversi da quelli degli animali: non lasciano traccia. Nessun idillio finale, la morte è la conclusione. Questo non è uno spoiler: è una condizione imprescindibile di tutti gli esseri viventi. La Morante ha la capacità di raccontare queste vite senza idealizzarle, così come sono state, senza pretendereniente da loro. il lettore viene coinvolto nella narrazionee lasciato col fiato sospeso, nonostante si intuisca presto la conclusione drammatica. Alla fine si piange, nel libro e così anche nella serie, perché si percepisce tutta la natura effimera e vana dell’essere umano e tutta l’insensatezza delle sue azioni.
Elsa Morante diede questa definizione di romanzo: “romanzo sarebbe ogni opera poetica nella quale l’autore – attraverso la narrazione inventata di vicende esemplari (da lui scelte come pretesto, o simbolo delle “relazioni” umane nel mondo) – dà intera una propria immagine dell’universo reale (e cioè dell’uomo, nella sua realtà)”. “La storia” rappresenta una condanna alla guerra e fa leva sui nostri istinti più profondi: per questo risulta sempre attuale.
Mai come oggi è consigliabile la lettura di questo capolavoro per ritrovare un po’ di umanità e prendere coscienza delle conseguenze catastrofiche di ogni conflitto.
Giorgia
Ornella
Ho letto questo capolavoro e condivido la tua recensione