Tragico Destino

Isabella entrò nelle stanze del figlio senza farsi annunciare. Trovò Guglielmo a letto, ancora sotto gli effetti dei bagordi della notte precedente. Il giovane uomo aveva i lunghi capelli biondi scompigliati e si teneva la testa con le mani, ad indicare che aveva un forte mal di testa. “Sei atteso in sala consigliare. I tuoi feudatari vogliono conferire con te. Inoltre credo sia ora di dedicarti a tua moglie. È necessario concepire un erede per placare gli animi” iniziò Isabella con tono volutamente polemico. In tutta risposta il giovane conte alzò una mano come a dirle di tacere. “Non voglio vedere nessuno. Mi scoppia la testa”. “Guglielmo figlio mio, non sei più un ragazzino. Non puoi ridurti così ogni sera. Da quando tuo padre è morto sei il conte di Sussex. Devi darti un contegno. So che sei stanco e tutto è improvvisamente diventato complesso. Vuoi che parli io con i feudatari in tua vece?” gli rispose con ritrovata dolcezza la madre avvicinandosi a lui per accarezzargli il volto. “Grazie madre, non so come farei senza te e Tancredi” disse lui posando il capo sul grembo della madre. “Siamo qui per te. Per servirti e sostenerti. Ora riposa tesoro mio, riposa. Penserò a tutto io” rispose lei accarezzandogli capelli come quando era bambino. È debole come suo padre.. pensò lei mentre un perfido sorriso le si disegnò in viso.

Matilde rientrò nelle sue stanze dopo la consueta passeggiata nei giardini con le sue dame di compagnia. Era l’unica ora di libertà che sua suocera Isabella le concedeva. Congedò le sue dame. Desiderava un pò di solitudine. Era ancora turbata dall’incontro della notte precedente. Anche se non l’aveva dato a vedere era terrorizzata all’idea che Tancredi potesse aver informato Isabella. Se così fosse stato avrebbe perso anche quelle poche libertà che aveva. Fece per coricarsi per riposare un pò quando sentì qualcosa di duro sotto il cuscino. Con curiosità tastò sotto il tessuto morbido ed estrasse un libro. Era il libro. L’Elogio alla Follia. Restò di stucco. Lo aprì per sfogliarlo, come per accertarsi che fosse vero. Un bigliettino cadde dalle pagine del libro. Recitava La vita umana, nel suo insieme, non è che un gioco, il gioco della pazzia. Firmato T. Matilde sorrise. Allora non è così cattivo.. si ritrovò a pensare. Fece dire alle ancelle che non stava bene e sarebbe restata nelle sue stanze per cena. Si immerse completamente nella lettura del libro. Dopo averlo divorato decise che quella notte avrebbe ritentato l’impresa. La lettura dell’Elogio alla Follia l’aveva completamente galvanizzata. Desiderava più libri come quello. Desiderava più stimoli ed emozioni. Così al secondo rintocco della notte scivolò fuori dalla sua stanza per raggiungere la biblioteca. Non si stupì completamente nel vedere Tancredi aspettarla dove si erano visti la notte precedente. Era fermo come una statua, il chiaro di luna ad illuminando rendendo lucenti i suoi capelli. Matilde sentì il cuore mancarle un battito. “Com’era il tanto agognato libro?” Chiese lui con sincera curiosità. “Meravigliosamente innovativo. È una nuova visione dell’essere umano..” si infervorò nello spiegargli i temi trattati. Tancredi la osservava rapito. Era esterrefatto dalla passione, dalla conoscenza di quella giovane donna. I suoi occhi verdi ardevano. “Non le hai detto nulla.” “Anche se lo pensi non sono il suo cagnolino. Ho anch’io una testa per pensare. E ciò che hai detto ieri è giusto: tu sei la padrona del castello”. Matilde nell’udire quelle parole abbassò il capo imbarazzata. “Devi leggerlo anche tu” gli disse mettendogli in mano il libro. “Lo farò. Domani sera al secondo rintocco della notte vediamoci alla grande quercia in giardino. Ti dirò cosa ne penso”.

I loro incontri notturni divennero un’abitudine. I due discutevano di letteratura e politica, si confidavano i loro sogni ed aspirazioni. Iniziarono a conoscersi intrecciando un’amicizia intima e profonda. Tancredi ammirava quella donna donna tanto vivace. Lui era fedele ad Isabella. Aveva sempre e solo desiderato compiacerla. Ma quella ragazza l’aveva colpito. Era in grado di leggergli dentro. Non aveva paura, era indomita. Così diversa da tutte le altre donne che avesse mai conosciuto. Non temeva giudizio e desiderava essere parte attiva del governo della contea. Matilde da parte sua aveva finalmente trovato un confidente, qualcuno con cui discutere che avesse la sua stessa fame di cultura. Grazie a Tancredi si sentiva viva come non si sentiva da tempo. Mentre l’intimità dei due giovani cresceva la contea precipitava in un periodo buio. I feudatari erano in rivolta contro i conti di Sussex. Guglielmo troppo debole e preso dai propri dolori di cuore aveva lasciato tutto in mano alla madre. Isabella da parte sua bramava potere e incurante delle esigenze del popolo aveva alzato i dazi, causando l’inizio di una vera e propria rivolta. Un giorno i sudditi attaccarono il castello in segno di protesta e Tancredi in quanto capo delle guardia del castello si trovò nel mezzo della rivolta. Alla notizia dell’attacco Matilde fu scortata nelle sue stanze per stare al sicuro. Durante il tragitto incrociò Tancredi mentre si preparava alla difesa del castello. Era teso. Solo nel vederlo lei realizzò l’entità della sua preoccupazione, ma non per sé o per il castello. Temette che capitasse qualcosa al fidato amico. Bastò uno sguardo. Senza farsi notare allungò la mano per sfiorarlo. Lui fece lo stesso. Isabella dal bastione assistette a quel fugace incontro e sentì il sangue ribollirle dalla rabbia. Nessuno prima d’ora aveva mai osato sfidarla.

Dopo una strenua lotta la guardia cittadina respinse l’attacco, ma tutti erano consapevoli che era solo l’inizio di quella che sarebbe stata una sanguinosa rivolta.

Perché ci hai messo tanto?” Chiese Isabella irritata ad un Tancredi sfinito ed insanguinato.

Mi assicuravo i feriti stessero bene. È mio dovere preoccuparmi dei miei uomini. Non sarà l’ultimo attacco, dobbiamo essere preparati”. “Sono solo dei popolani. Uccideteli tutti”.

Sono i tuoi sudditi.” “Sono solo poveracci.” Tancredi dovette trattenersi per non mancarle di rispetto. “ Perché mi hai voluto?” Le chiese freddamente. “Ora ci deve essere un motivo per vederci?” Gli disse lei girandosi per guardarlo. Tancredi era bello da togliere il fiato. I capelli mossi gli scendevano sulla fronte evidenziando ancor più gli splendidi occhi azzurri come il cielo d’estate. Ed era suo. Il suo burattino. Poteva farne ciò che voleva. Nessuno glielo avrebbe portato via. Sentì il potere gonfiarle il petto. Gli si avvicinò per baciarlo. Tutta quella politica l’aveva stufata, desiderava distrarsi. Tancredi in risposta si irrigidì. “C’è qualche problema?” Chiese lei di fronte all’insolita reazione dell’amante. “Devo contare i caduti e riorganizzare la difesa. Con permesso”. Era bastata una frase per infrangere i sogni di onnipotenza della contessa madre. Il ragazzo era diverso. Più distaccato. Sentì il potere scivolarle dalle mani. Avrebbe capito cosa non andava. Ordinò che fosse seguito.

Quella notte come di consueto Matilde e Tancredi si incontrarono alla grande quercia in giardino. Matilde gli corse incontro preoccupata e in tutta risposta lui la baciò. Lei rimase interdetta. I suoi occhi verdi spalancati piantati in quelli di lui. Un momento di terrore e indecisione. Poi lei ricambiò il bacio. Lui fu lei e lei fu lui. Le loro anime si intrecciarono fino a fondersi, da due divennero una. La rugiada estiva lambì i loro corpi. Mai i due avrebbero pensato di provare un amore tanto puro e totalizzante. Tancredi per la prima volta si sentì in pace con sé stesso e con l’universo e tutta la sua rabbia scomparve. Matilde da parte sua capì finalmente cos’era l’amore. I due si erano innamorati di un amore completo e meraviglioso. “Andiamo via. Insieme. Lontano da qui. Lontano da Isabella, da Guglielmo, dalla guerra. Solo io e te” le disse lui accarezzandole il viso. “Una vita semplice ma vera?” Chiese lei sorridendogli. “Te lo prometto amore mio”. “Quando? Quando possiamo andarcene?”. “Domani notte al secondo rintocco della notte. Alla solita quercia. E saremo per sempre solo io e te”.

I due amanti passarono la giornata successiva sforzandosi di comportarsi normalmente, quando in realtà contavano i minuti che li avrebbero separati l’uno dall’altra.

Ma quella notte alla quercia invece che Matilde si presentò Guglielmo. Era folle di rabbia.

Sei accusato di alto tradimento. Devi morire” gli disse con furia. “Fratello, è tua madre a parlare, non tu. Come sempre è lei che tira le fila dietro le nostre azioni. Io ora mi sono ridestato. È ora che anche tu apra gli occhi” gli rispose Tancredi mantenendo la calma. “Non osare nominarla. Lei è stata l’unica a dirmi la verità!”. “Tu non ami Matilde. Non potresti mai amarla. Tu ami Bartolomeo”. “Non sporcarti la bocca con il suo nome.”. “Ho dovuto arrestarlo. Tua madre me l’ha ordinato!”. “E tu l’hai fatto! Tu eri mio fratello. Dovevi dirmelo!”. “Ho sbagliato e ti chiedo scusa. Ero accecato dal desiderio di essere accettato ma ora ho aperto gli occhi. Non è troppo tardi. Fai liberare Bartolomeo e vivi il tuo amore. Lasciaci scappare e concedi anche a noi di essere felici. È ora che tua madre smetta di controllare le nostre vite” supplicò Tancredi. “Domattina all’alba sia Bartolomeo che Matilde saranno giustiziati. Ho dato l’ordine poco fa.”. “Come puoi fare questo?! Così farai vincere Isabella!”. “Lei è l’unica che mi ama davvero!”. Tancredi in preda alla furia sfoderò la spada e attaccò Guglielmo. Dopo un combattimento feroce che tanto somigliava alle strenue lotte che i due facevano da bambini con spade di legno Guglielmo trafisse il fratello. Tancredi cadde a terra. L’ultima cosa che vide prima di chiudere gli occhi per sempre fu il fratello allontanarsi dandogli le spalle.

Matilde era rannicchiata nelle segrete stringendo forte a sé la gambe. Quando il giorno prima la guardia cittadina l’aveva arrestata aveva realizzato che il suo sogno d’amore era irrimediabilmente finito. Era arrabbiata, delusa, rammaricata. Ma più di tutto tremava al pensiero che avessero fatto del male al suo Tancredi. Stringeva forte tra le mani il primo bigliettino che gli aveva scritto, quello caduto dall’Elogio alla Follia. Ad un tratto la porta della cella si spalancò ed entrò Isabella. “Sei condannata a morte per alto tradimento” le disse con una freddezza disarmante. “Sei un mostro!” Le sputò contro Matilde alzandosi per fronteggiare la suocera. Ma poi sommessa aggiunse “ E Tancredi?”. “Ha avuto ciò che si meritava. È stato giustiziato”. Matilde cadde in ginocchio. Un grido di dolore le si strozzò in gola. Era devastata. Voleva morire. Era pronta a morire per raggiungere l’amore della sua vita. “Uccidetemi. Così sia” disse amaramente. Mentre Isabella stava per uscire dalla cella aggiunse con fierezza “Almeno io ho conosciuto l’amore a differenza tua”.

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