Che coraggio!

12 luglio 1969

Avevo 13 anni quando papà ha provato a uccidermi. Ricordo quel giorno come se fosse ieri: faceva caldo, ma non il caldo soffocante che ci troviamo a vivere oggi. La mattina ero stata al mercato con Carla per fare la spesa. Da quando papà era tornato a casa dall’ospedale mamma non lo lasciava mai a casa solo. Il sole era alto in cielo, non c’era nemmeno una nuvola. Avevamo pranzato in cucina con una fondina di minestra di lenticchie. Papà non scendeva più per i pasti da quando era tornato a casa. Mamma diceva che era stanco e doveva riprendersi, che con pazienza sarebbe tornato tutto alla normalità. Eppure io lo sentivo urlare, urla disperate e fortissime. Come se qualcuno volesse fargli male. Ma nessuno voleva il suo male, anzi, volevamo tornare come a prima della sua malattia. Mamma non ci permetteva di vederlo se non in sua presenza. Quando lei usciva per andare a lavoro lo chiudeva a chiave in stanza. Noi avevamo l’ordine di non uscire e se lo sentivamo urlare correre già dal signor Otto in osteria per richiamarla a casa da lavoro. Ultimamente le cose andavano meglio. Papà si stava riprendendo. Non urlava più come appena tornato dall’ospedale. Proprio durante quel pranzo mamma ci aveva annunciato che papà stava meglio. Che quel pomeriggio non l’avrebbe chiuso in camera. Io ero al settimo cielo. Finalmente le cose stavano tornando alla normalità. Ma il destino non era d’accordo. Quel pomeriggio papà ha perso il senno. Ha avuto una crisi fortissima e dopo aver impugnato l’accetta per la legna ha rincorso me e mia sorella per casa cercando di ucciderci. Ero terrorizzata. Un terrore cieco mi attanagliava il petto impedendomi di vedere che di fronte a me c’era mio padre e non un mostro. Lui diceva che noi volevamo ucciderlo, che volevamo fargli male e lui ci avrebbe fermate. Carla mi ha gridato di correre in soffitta. Ero paralizzata. Lei si è messa davanti a me, per proteggermi. Papà l’ha caricata ferendola ad una gamba. C‘era sangue ovunque. Non so da dove ho trovato il coraggio ma ad un tratto ho afferrato una lampada e gliel’ho distrutta sulla testa. Lui ha urlato come un maiale al macello. Io ho stretto forte la mano di Carla e l’ho trascinata con me su per le scale. Con ancora il petto ansimante e il cuore in gola ci siamo barricate in soffitta, nella speranza che la mamma tornasse presto. Papà si è ripreso velocemente. E si è infuriato ancora di più. Ha afferrato l’accetta e si è diretto verso la soffitta per finire il lavoro che aveva cominciato. Quando pensavamo non ci fosse più nulla da fare Dio ha guardato verso la terra e ci ha salvate. Il signor Otto aveva sentito degli strani rumori e si era allarmato. Così era corso in casa – grazie al cielo allora non era uso chiudere a chiave la porta – e ci ha salvate. Ha fermato mio padre immobilizzandolo e ha chiamato le forze dell’ordine. Papà non era cattivo. Era tanto malato, la meningite lo ha distrutto. Quella notte mia madre ha dovuto prendere la decisione più difficile della sua vita: ha deciso di ricoverare il suo amato marito in un manicomio per tutto il resto della sua vita. Quel giorno è stata l’ultima volta che ho visto mio padre.

20 settembre 1974

Ho conosciuto Luciano sul lavoro. Era un pompiere e spesso veniva a bere il caffè nel bar accanto al mio negozio di parrucchiere, aperto nel 1972 con Carla. Era il nostro sogno e grazie ai sacrifici di mamma e alla pensione di invalidità di papà siamo riuscite a coronarlo. Luciano era bellissimo: alto, biondo, occhi azzurri, un fisico da far invidia a chiunque. L’avevo notato subito. Tuttavia non volevo salutarlo o sorridergli. Non mi fidavo degli uomini, avevo paura. Ma lui ha iniziato un corteggiamento serrato. Mi ha notata e voleva far di me sua moglie. Lo ammetto.. ero proprio bella al tempo con i miei boccoli d’oro e gli occhi verde smeraldo, profondi e irriverenti. Mi seguiva in macchina mentre in bici percorrevo il tragitto tra lavoro e casa. Passava ogni giorno in negozio portandomi un fiore. Mi diceva frasi dolci e soavi. Si. Sono caduta. Ho accettato di sposarlo. Pochi giorni dopo aver compiuto 19 anni ero una donna sposata. Ricordo quel giorno di Settembre: zia Rosa era venuta a trovarci per vedere la casa e portarci il regalo di nozze. Luciano era rientrato appena in tempo per salutarla. Era nero in volto e nello spirito. I vestiti anneriti di fuliggine. C’era stato un grosso incendio. Erano morti uomini e donne innocenti. Era spezzato e lo si percepiva. Zia Rosa ha capito e si è congedata, lasciandomi sola con quella versione di mio marito che ancora non conoscevo. In realtà sapevo pochissimo di lui. Ho scoperto, a mie spese, che 6 mesi di fidanzamento sono troppo pochi per conoscere una persona. Ho tentato di avvicinarmi a lui per consolarlo, volevo fargli una carezza. Luciano ha afferrato la mia mano per bloccarmi nell’atto di toccargli il viso. Aveva gli occhi vuoti, spenti. Mi ha lasciato la mano e mi ha presa per il collo. Stringeva forte. L’aria non penetrava più nei polmoni. Non ero in grado di fare nulla, di ribellarmi o di gridare aiuto. Lo fissavo inerme. Ad un tratto mi ha lasciata andare. Sono crollata a terra, quasi esanime. Ero pietrificata dalla paura. Luciano ha iniziato a slacciarsi i pantaloni mentre mi fissava. Sembrava un animale. Mi guardava con disprezzo misto a desiderio. Mi ha tirata su di forza e mi ha girata di schiena mentre mi sollevava il vestito. Mi ha presa li, in cucina, come se fossimo bestie. È stato violento e cattivo. Ho avuto paura di non vedere l’alba del giorno successivo. Quando ha finito mi ha lasciata lì, senza dire una parola. Ho capito in quel momento di aver sposato un uomo che non conoscevo. Ma ho anche capito che era troppo tardi. Lo sapevo, lo sentivo: ero incinta.

23 marzo 1979

Non ce la facevo più. Lavoro, casa, il bambino che pur essendo un essere tanto dolce e innocente era tanto impegnativo. Luciano che pretendeva sempre di più e a cui non andava mai bene nulla. Ho deciso di accettare l’invito di mia sorella di andare a ballare. Sola. Che scandalo per una donna sposata. Ma non mi importava. Sarebbero state solo un paio d’ore e del resto ero a pochi minuti da casa. Quella santa donna di mia suocera aveva acconsentito a tenermi Ruggero per un paio d’ore mentre Luciano era a lavoro. Due ore d’aria. Non sapevo nemmeno più cosa fosse l’aria. Quella domenica pomeriggio ho ballato come una schiava che viene finalmente liberata. Ho dato sfogo alla vita. Ho dato sfogo alla vera me che era imprigionata in una cella di cui era stata buttata la chiave. Ansimante e sudata dopo aver ballato per un’ora intera mi sono recata al bancone per prendermi una limonata fresca e trovare refrigerio prima di ributtarmi in pista. Un uomo distinto e serioso mi osservava. Era Alberto, il marito di Fiorella, la proprietaria della drogheria del paese. Lui lavorava in banca, al tempo un lavoro destinato solo a coloro che avevano studiato. Era un uomo distinto ed elegante. Mi osservava da dietro i suoi lunghi baffi e sorrideva. Io, a mia volta, gli ho sorriso. Lo trovavo gentile. Stranamente gentile in un mondo di persone infelici. Sono tornata in pista e ho continuato a scatenarmi fino a che le campane non hanno rintoccato le ore 18. Tempo per me di tornare a casa. Le mie due ore d’aria erano finite. Nel frattempo  ha iniziato a piovere. Uno di quei passeggeri temporali primaverili che come un lampo vengono e poi se ne vanno. Ma io non avevo tempo di aspettare oltre, non potevo approfittare ulteriormente della bontà di mia suocera. Così ho salutato Carla e i miei vecchi amici e ho inforcato la bicicletta per pedalare veloce fino a casa. Ma proprio durante il tragitto ecco una bomba d’acqua arrivare a bagnarmi tutta. Non vedevo nulla, proseguire era impossibile. Un clacson dietro le spalle. Era lui. Alberto. Mi ha fatto cenno di salire in macchina. Ho obbedito. Non so come mi sono ritrovata sopra di lui avviluppata in un passionale bacio. Le sue mani ovunque sul mio corpo. La mia lingua ad esplorare parti segrete di lui. Quella sera sono tornata a casa sentendomi colpevole ma viva. Qualcosa dentro me si è riacceso. Ero ancora umana.

9 dicembre 1992

Stringevo forte la mano di Ruggero che stava rigido accanto a me e cercava di trattenere le lacrime. Voleva credersi già adulto benché ai miei occhi fosse solo un bambino. Voleva essere duro e forte, come suo padre. Come se farsi vedere insensibile durante il funerale della propria madre fosse una cosa di cui farsi vanto. Ero in prima fila accanto a mio figlio, anche se non facevo più parte della famiglia. Amavo mia suocera e lei amava me. Mi aveva amata anche quando le avevo confessato di temere suo figlio, di essergli stata infedele. Lei mi aveva stretta forte rassicurandomi. Mi aveva detto che sapeva, sapeva tutto, comprendeva molto bene quanto potesse essere difficile vivere con suo figlio. Era stato cresciuto ad immagine e somiglianza del padre. Un padre violento e insensibile. Lei aveva fatto del suo meglio ma aveva fallito. Mi aveva esortata ad andarmene, a scappare. Ad allontanare mio figlio da quel padre così gelido. Così ho fatto. Ho chiesto il divorzio. Mia suocera accanto a me, mia madre che invece non approvava, non comprendeva. Non ha mai capito la scelta di abbandonare un marito quando lei avrebbe voluto con tutta sé stessa tenersi accanto per sempre il suo di marito. Dovevo salvare mio figlio. E così ho fatto. In fondo alla chiesa c’era Nino che era qui per me, per noi. Ha preferito la discrezione e mettersi in fondo per non dare scandalo. È stato difficile, sono stata giudicata e condannata. Ma ora lo so. Ho salvato mio figlio. Lo so perché ho visto una lacrima rigare il suo viso mentre il prete benediva la bara di sua nonna. 

28 luglio 2025

Io e Nino siamo sposati da 35 anni. Non abbiamo voluto figli. Abbiamo due meravigliosi cagnolini che sono la nostra luce. Mio figlio è un bravo ragazzo. È sposato da ormai 18 anni con una ragazza buona e intelligente. Hanno uno splendido ragazzo che sta crescendo in gamba, forte e gentile. Io ho sempre cercato di essere una suocera tanto buona come la mia lo è stata con me. Ma credo sia impossibile fare un lavoro tanto perfetto. Luciano si è risposato ed è felice. Non credo fosse cattivo. Semplicemente non eravamo giusti l’uno per l’altra. Finalmente l’ho capito. Finalmente ho trovato la mia pace. Ma che coraggio ci è voluto.

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