Bianca e il professore
“Il professore Marin se n’è andato. Ecco, questa è per te”, disse la signora del quarto piano porgendole una busta.
“Come…è morto? Non è possibile…io…io…” balbettò Bianca col cuore che aveva preso a battere forte, afferrando a sua volta la busta con mano tremante.
“Macché morto ragazza, è partito!” replicò lei.
“Partito? E dove?” chiese Bianca.
“Ah non lo so e non lo voglio sapere, meglio così, era un invasato, un pazzo”, e così dicendo la signora richiuse la porta e sparì nell’ombra della sua casa.
Bianca rimase sul pianerottolo sbigottita, piena di domande che le ronzavano in testa. Aveva paura ad aprire la busta, che era leggermente rigonfia, anche perché temeva di venir rimproverata dai condomini perché sottraeva del tempo al lavoro. Il suo compito era fare le pulizie: lo faceva da ormai cinque anni, da quando aveva finito la scuola superiore. Non il lavoro che sognava ma quello che si meritava, pensava. Ma era necessario conoscere immediatamente il contenuto della busta. Strappò l’involucro. All’interno vi erano delle chiavi ed una lettera che diceva:
“Bianca, è giunto per me il momento di proseguire. Devo risolvere delle questioni a lungo rimandate. Sono grato di averti conosciuto. Ti affido la cura dei miei gatti e dei miei libri. Nel caso plausibile che non faccia ritorno puoi considerarli di tua proprietà. Sulla scrivania del mio studio vi troverai tutti i miei scritti e le mie memorie: ora sono tuoi, mi auguro che tu ne faccia buon uso. Arrivederci. Professore Marin.”
Stile asciutto e distaccato, come sempre, nonostante quel “grato”; dunque era in grado di provare riconoscenza, e proprio nei suoi confronti. Ma perché? Non sarebbe forse il contrario? E che questioni doveva risolvere?
Infilò le chiavi nella serratura della porta dell’appartamento del professore che si apri immediatamente. La casa come sempre era colma di libri ovunque, in equilibrio precario nei posti più disparati: sugli scaffali delle librerie, sul pavimento, sul tavolo, sul divano, sul ripiano della cucina. I gatti la accolsero strusciandosi alle sue caviglie e facendo le fusa. Si chinò per carezzarli.
Ripensò alla prima volta che era stata lì, quasi più di un anno fa. La solita vicina l’aveva intercettata mentre spazzava la scala pretendendo che lei consegnasse al suo dirimpettaio la posta che il postino sbadato aveva sbagliato ad imbucare. Sapeva che il dirimpettaio era l’anziano professore Marin che aveva reputazione di essere un misantropo: scontroso, irritabile e riottoso. Il suo nome era preceduto dalle malelingue. Si narrava che facesse piangere i bambini; che fosse allergico alla luce del sole ed alle persone e quindi preferisse uscire solo di notte; che avesse un figlio non si sa dove con una vita rovinata a causa sua, ed altre maldicenze simili. Bianca non conosceva dove finiva la verità ed iniziasse la menzogna. Nel dubbio se ne stava alla larga.
Quando suonò al citofono, il professore la fece attendere un po’ prima di aprirle. Doveva avere più di settant’anni, ma era ancora solido e robusto, con una folta barba bianca e occhi liquidi azzurri dietro occhiali dalla forma rettangolare. Bianca non aveva mai visto una casa con così tanti libri prima d’ora e ne rimase incantata. Qua e là sbucavano gatti, mollemente distesi tra le pile di volumi.
Così lui, non prima di essersi lamentato della negligenza dei postini, chiese: “Ti interessano i libri?”. Bianca rispose: “oh no, non mi è mai piaciuto leggere”. Ma il professore si era già allontanato per tornare con un piccolo romanzo tra le mani, che le porse dicendole secco: “Tieni, leggi questo. Mi raccomando riportamelo intatto tra una settimana, arrivederci.”
Il libro in questione era: Le notti bianche di Dostoevskij. La sera a casa Bianca iniziò a leggerlo nel timore di venire rimproverata da quel signore burbero che le incuteva terrore. Inizialmente malvolentieri, ma in breve tempo rapita, tanto da finirlo subito il giorno dopo.
La settimana successiva si ripresentò dal professore: “perché mi ha consigliato un libro tanto triste? Mi ha fatto piangere. Perché mai l’autore ha dovuto distruggere così tutti i sogni del protagonista?”
“Hai conosciuto l’archetipo del sognatore, perfettamente descritto. Molto bene. Il suddetto libro ha avuto effetto. E così sei ufficialmente una lettrice”
“Io una lettrice? Sono solo l’addetta alle pulizie”
“Non mi hai appena detto che questo libro ha suscitato in te malinconia ? I libri hanno questo potere di smuovere le coscienze e far provare sentimenti forti e sublimi. Hai l’anima abbastanza sensibile per capire. Quando succede diventiamo lettori”, e si recò nuovamente alla libreria per recuperare un nuovo volume. Questa volta si trattava di Madame Bovary di Flaubert. “quando lo termini me lo riconsegni e ne possiamo discutere insieme. Arrivederci”. ‘Arrivederci’ era il suo modo di porre fine ad ogni conversazione, che di solito era breve e concisa perché non amava perdere tempo; più di ogni altra cosa odiava le ovvietà e i riempitivi per colmare il silenzio.
E fu così che Bianca, libro dopo libro, fu catapultata e guidata nell’universo della letteratura da questo stravagante professore. All’inizio titubante ma presto quasi dipendente attendeva ogni settimana le nuove letture e il momento di confrontarsi con Marin. Grazie ai libri riusciva a spezzare la monotonia e la noia del suo lavoro ed evadere in altri mondi. Lei che aveva sempre disprezzato la scuola, ora riscopriva l’arte della conoscenza in una modalità nuova. L’uomo non raccontava niente di sé ma Bianca capì dai loro colloqui che non era affatto come veniva descritto dalle perpetue del condominio. Era si scorbutico e scontroso, ma anche ironico e soprattutto saggio, e per questo non interessato alle cose da lui definite ‘futili’, che coinvolgevano la maggior parte degli individui. Oltre allo studio, alla ricerca e ai gatti, amava la musica classica e la scrittura, benché non avesse mai reso pubblico nessuno dei suoi scritti. Il loro era un rapporto non propriamente d’amicizia, bensì ‘intellettuale’ e di rispetto reciproco.
In questo modo passò velocemente più di un anno fino al momento attuale in cui Bianca si trovava sola nell’appartamento di Marin con la lettera in mano. Aveva un vago sentore, quando stava col professore, che la sua presenza fosse solo temporanea, che fosse in procinto di fare qualcosa, non sapeva cosa. Forse veramente aveva un figlio da qualche parte. Bianca aveva quasi la certezza che non l’avrebbe più rivisto e di colpo la spiacevole consapevolezza di conoscere veramente poco di lui nonostante tutti i loro incontri. Il professore avrebbe senz’altro detto che raccontarle la sua vita sarebbe stata una perdita di tempo.
Andò alla scrivania e vi trovo, come scritto nella lettera, centinaia di quaderni scritti a mano. Ora erano suoi. ‘Mi auguro che tu ne faccia buon uso ’, cosa significava? Ebbe all’improvviso un’intuizione: quello che il professore Marin stava aspettando era una persona di cui fidarsi per poterle lasciare quell’eredità e finalmente poter proseguire il suo viaggio. E aveva scelto lei. Il professor Marin, dopo averle insegnato a leggere, le lasciava ora una nuova missione: scrivere. Doveva farlo partendo da quei suoi quaderni, trasformando la sua vita in un romanzo. Solo in questo modo valeva la pena di essere ricordata e non sarebbe stata una perdita di tempo. Questo era il suo nuovo scopo. Così come l’archetipo del sognatore l’aveva tanto affascinata e turbata ora doveva tentare di costruire lei stessa un nuovo archetipo, quello del professore, in grado di convertire nuove persone alla lettura. Non sapeva dove iniziare né dove questo l’avrebbe portata ma avvertì un brivido di entusiasmo lungo tutto il corpo e la brama di mettersi immediatamente all’opera per trasformare la realtà in letteratura e renderla eterna.
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