LO SBAGLIO
La porta si chiude alle spalle di Luca, il rumore sordo, ermetico di un varco a senso unico per lui. Luca ruota di tre quarti con il corpo e la testa rimane bassa, mortificata dal vociare dei presenti che urlano, ridono, scherniscono. Il passo è lento dietro al Caronte di turno che lo traghetta nel lungo corridoio prima di arrivare alla cella che lo vedrà scontare la sua lunga pena consapevole e tragica.
Luca di ritorno dalla palestra, come tutte le sere, si era fermato al bar a bere una birra con gli amici di sempre; i suoi 20 anni lo facevano sentire grande abbastanza da rendersi indipendente dalla famiglia, incurante della preoccupazione che i suoi ritardi potevano arrecare. Il clima anarchico dell’età aveva favorito il consumo di più birre, fino al punto che Luca, ubriaco, era stato invitato a lasciare il locale. Traballante aveva raggiunto casa, era entrato dalla porta con circospezione per non farsi sentire, ma il suo silenzio aveva acuito rumori non proprio familiari. La vista annebbiata dall’alcool e dal buio, lo fa incappare in una figura che non riconosce come familiare. Intimorito all’idea che ci fosse un ladro afferra nell’oscurità un lume con la base di marmo, posto su una consolle all’ingresso; nell’afferrare il lume, la presa si stacca, facendo rumore, la sagoma del presunto intruso si gira di scatto, Luca sferra un colpo che va a vuoto, un urlo soffocato e terrorizzato esce dalla bocca di entrambi, Luca, non lucido non riconosce la voce e con rabbia colpisce ancora, e ancora, fino a vedere la figura cadere a terra nel buio della notte. Concitato e angosciato, accende la luce, chiama la madre ma lo schiarore della luce fredda del soggiorno sorprende Luca in uno stato di terrore per avere scoperto che il corpo a terra è quello della madre.
Le chiavi del secondino, nell’aprire la cella, echeggiano nelle orecchie di Luca come un rimbombo. Ogni singolo scatto, forse due in tutto, riportano il ragazzo all’orrore vissuto pochi giorni prima. Luca entra, accolto dall’altro detenuto, più o meno coetaneo, ascolta assente le istruzioni, la testa sempre bassa, la porta che poco dopo si richiude con una o forse mandate.
Il compagno di cella, detenuto per rapina a mano armata, coglie comprensivo il disagio di Luca, lo invita ad ascoltare alcuni consigli per sopravvivere in un ambiente che gli sarà ostico e che, se non imparerà a difendersi, lo schiaccerà prima di arrivare a processo.
Luca non riesce ad alzare lo sguardo perché gli occhi colmi di lacrime, lo costringono in una contrizione che è l’unico abbraccio su cui ora potrà mai contare.
“Io ho ucciso mia madre perché ero ubriaco e l’ho confusa con un ladro in casa”.
Il compagno di cella gli mette una mano sulla spalla e gli spiega che ognuno nel carcere ha una giustificazione per ciò che ha fatto, ma il disagio che ha contribuito a fare commettere un reato non sarà punibile dalla legge più di quanto non sarà mai perdonabile da ciascuno con sé stesso.
Luca finalmente guarda in faccia il mentore che in pochi minuti ha saputo leggere dentro di lui l’inferno del suo rimorso, la consapevolezza di un perdono che non arriverà mai, perché ciò che ha fatto non se lo perdonerà mai più.
Il ragazzo con ferma determinazione decide di affrontare il suo supplizio, non per il tempo che dovrà trascorrere in galera, ma per avere tolto la vita non solo alla madre , ma anche a se stesso per avere voluto trasgredire a regole, per avere voluto sentirsi adulto, per avere voluto essere indipendente, per uno stupido sbaglio.
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