I FIORI DELLA FELICITA’
Portavo dentro al cuore un macigno enorme, di quelli che non trovano mai una via di uscita. Non avevo bisogno di situazioni, musica, parole che ricordassero quanto fosse pesante il mio dolore, tantomeno le ricorrenze come il primo giorno di novembre come occasione per riaccendere la memoria, per onorare chi in realtà era nei miei pensieri sempre.
Ogni giorno sempre la stessa routine, una passeggiata al cimitero, due chiacchiere per non sentirmi sola, raccomandazioni, a volte anche rimproveri, un vero interlocutore silenzioso dal quale aspettavo rassicurazioni, conforto, e la promessa che sarei stata nuovamente serena.
Quando l’umore era migliore, mi guardavo intorno, volevo sapere se c’era qualcuno che soffriva come me, volevo vedere la media dell’età di chi si presentava al proprio caro, verificavo come fossero ai miei occhi più le donne degli uomini, persone intorno alla settantina, nonni con a fianco il proprio nipote, e poi c’ero io, quella che aveva subito una vera ingiustizia.
Alternavo momenti di velocità con la quale mi affrettavo a dire poche parole e poche preghiere, e momenti in cui percorrevo il corridoio d’ingresso come fossi in un giardino, lentamente, assaporando profumi, sensazioni e arrivavo al loculo serena, con la voglia di trasmettere a mio marito i progressi del mio dolore.
Non ero mai stata al cimitero il Giorno dei Morti, non avevo morti da piangere nella mia città, ma purtroppo era arrivato anche per me quel giorno, quello di tante persone che avevano perduto chi amavano, era anche il mio giorno, anche se, come già detto, per me era sempre il primo novembre.
Vidi il cimitero vestito a festa, non mi faceva tristezza di consueto, ma quel giorno addirittura trasmetteva gioia. Molte tombe che sembravano dimenticate sfoggiavano vasi con fiori colorati, piante, spesso crisantemi, ma non solo. Nell’aria un profumo che volava leggero come le anime che si lasciavano avvolgere da questa osmosi innaturale tra terra e cielo. Nella galleria che ospitava il loculo di mio marito, i fiori freschi dai colori sgargianti l’avevano resa non solo più luminosa, ma anche più festosa. I lumini tutti accesi o quasi, come se fossero state riallacciate tutte le utenze solo per commemorare questo giorno speciale. Guardavo il cimitero come fosse un giardino botanico; sulle tombe ottocentesche strideva il contrasto tra il grigiore consumato della pietra monumentale che con i suoi chiaro scuri enfatizzava la severità della morte addolcita dai vasi strabuzzanti di lilium profumosi e maestosi, aperti a trasmettere vita a quelle lapidi custodi del sonno eterno.
In passato avevo sentito chiamare i cimiteri, da persone appartenenti ad altro credo religioso, “giardini dei silenziosi”, ed è questo che vedevo per la prima volta, passeggiando tra i vialetti accuratamente tosati, dove si incontravano persone senza lacrime, bambini giocosi richiamati ad un contegno che non potevano comprendere.
Osservavo come per lo più davanti alle tombe fossero in numero pari, moglie e marito, nonno e nonna, e poi io numero dispari come tutti i dispari vedovi senza conforto a salutare la metà mancante. Non avevo contato nei pari mamma e papà a salutare il loro figlio diciassettenne, la cui tomba ricca di tutto quanto aveva fatto parte della sua giovanissima vita, un mausoleo di ricordi, pochi, perché pochi gli anni di cui ne aveva potuto beneficiare. Ero tornata con il pensiero al mio dolore, non ero affranta, nonostante pochi erano i mesi trascorsi, ero compensata, consapevole e agguerrita. Quella forza di cui tutti si stupivano, la prendevo proprio da quel luogo di passione; ogni giorno, prima del primo di novembre e ogni giorno dopo il primo novembre venivo ad attingere risorse che mi permettessero di andare avanti. Da quel mondo senza vita io avevo, con determinazione, deciso di riscattare la dipartita di mio marito prematura ed ingiusta, e avevo deciso di vivere anche per lui. Prima di uscire dal cimitero, ero tornata al loculo e come tante altre volte avevo invitato mio marito a godere di quel tripudio di fiori che davano felicità e, nuovamente avevo promesso che nulla di quanto aveva costruito in vita e di cui avrebbe voluto godere, sarebbe andato perduto. A passo lento, ma deciso mi ero avviata all’uscita, il cuore pieno, la testa vuota senza pensieri che potessero disturbarmi, pronta solo a vivere per noi.
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