UN GIORNO COME UN ALTRO

Se quel giorno avessi fatto un’altra scelta, se quel giorno fossi stata fuori, fossi stata presa da altre cose, se quel giorno fossi stata in un’altra vita, tu oggi forse saresti ancora qui.

Era cominciato tutto come un giorno qualunque, tu che mi avevi salutato cento volte, io che ti avevo congedato frettolosamente, la nostra mattinata piena come sempre delle nostre incombenze quotidiane, il nostro pranzo consumato come se avessimo avuto la certezza di poterci sedere insieme ancora, e ancora.

La sera il tuo rientro a casa prima del solito, steso sul letto ancora vestito, stanco come lo eri stato altre volte, quella sera forse lo eri di più, mi avevi fatto presente un tuo fastidio, non così fastidioso da compromettere la tua giornata.

Il mio sbaglio più grande, ti avevo voluto aiutare, avevo voluto fare come tanti, intasare per niente il Pronto Soccorso, e poi riportarti a casa dopo avere accollato al sistema sanitario nazionale tutte le spese di accertamenti che ci sarebbero voluti mesi per farli tutti. Quei mesi non li hai avuti.

Dopo un paio di ore di attesa, ti avevo salutato ed ero andata a casa ad aspettare la tua telefonata per dirmi di venirti a prendere. Il mattino seguente lo zelo dell’ospedale aveva visto i medici ancora ad indagare per poi darti finalmente la lettera di dimissioni. Non eri tornato solo a casa, il tuo corpo aveva portato con sé un ospite indesiderato.

Ti osservavo e non vedevo, non avevo guardato a fondo, era cambiato tutto ma noi ancora non lo sapevamo. I giorni seguenti, la terapia aveva fortemente indebolito il tuo corpo, e lui non aveva riconosciuto in modo efficiente e combattivo il nemico. Io non mi ero accorta di lui, non era visibile, ma aveva già cominciato a portarsi via una parte di te.

Pochi giorni ancora per stare insieme, ma noi non lo sapevamo. Il giorno sembravi migliorare, la sera sempre alla stessa ora la febbre saliva e noi a motivarci qualcosa che, come unica motivazione, non lasciava presagire nulla di buono.

  • Io ti amo amore, quando ti vedo così indifeso, mi spavento.
  • Ora comincio ad essere preoccupato pure io.
  • Torniamo in Pronto Soccorso

Stessa trafila dei giorni precedenti, nessuno sconto alle dodici ore di attesa già debitamente scontate l’accesso precedente. Il monitoraggio in OBI ci aveva fatto perdere del tempo prezioso, o forse no, il tuo nemico avanzava impenitente, senza ostacoli, il tuo corpo non aveva risorse. Quarantottore per sentirmi dire un’idiozia. Eri ritornato a casa. Ti guardavo, mi guardavi, non pensavamo a nulla o forse i pensieri cominciavano a ronzare indomiti da te a me, ma nessuno di noi diceva niente.

  • Ho freddo, la febbre sta salendo.
  • Ti porto la coperta, ma cosa hanno controllare quei deficienti in ospedale!

A chi stai chiamando?

  • Ciao, sono appena uscito dall’OBI, mi hanno detto tutto a posto, ma ora ho nuovamente la febbre alta. D’accordo mi presento domani agli infettivi, grazie.
  • Con chi hai parlato?
  • Mi ricoverano domani agli infettivi e vedono di capire cosa sta succedendo.
  • Amore, vieni ti accompagno a letto.

Non sapevo, non immaginavamo che quella sarebbe stata l’ultima notte insieme. Avremmo potuto dirci tante cose, le ultime cose prima di salutarci, prima che quell’inquilino scomodo e assassino stesse concedendo a te le ultime ore di vita, e a me le ultime ore di felicità.

Se avessi avuto qualche sentore, se quel maledetto avesse palesato la sua presenza, a volte lo fa, ma con te è stato subdolo, tacito e segretamente nascosto.

Quante volte ho pensato a quei giorni, a quello che oggi non farei più, convinta di fare bene; quante volte piango all’idea di averti fatto violare, per scoprire cosa ti avesse ucciso. Non hai patito, io, noi tanto, tantissimo. Quante volte avrei voluto riavvolgere il nastro dei nostri ultimi giorni, e dirti tutto quello che sei stato per me.

Ogni giorno da quando mi hai lasciato la mia mente corre indietro a tutta la nostra vita passata, e niente di quello che abbiamo vissuto insieme è stato mai insopportabile da farmi pensare anche solo un istante che potevo essere arrabbiata con te. Ti ridarei tutto quello che ti ho dato e rincarerei la dose con quello che ti ho negato, per non farti mai mancare nulla. Il mio rammarico è avere dato per scontato quanto ti amassi e non avertelo detto più spesso, sempre.

Se c’è un luogo dove sei andato a riposare veramente, e sono sicura che c’è, perché nessuno lo merita più di te, è proprio lì che vorrei mi aspettassi un giorno, che mi prendessi per mano, me la tenessi stretta e tornassi nuovamente a rassicurarmi, come hai sempre fatto, e mi dicessi:

  • Amore ce ne hai messo di tempo, ma sei arrivata finalmente. Qui staremo insieme per sempre, basta separazioni; hai smesso di fare quello che ti pare laggiù.
  • Non lasciarmi più, mi sei mancato tanto, tanto.
  • È complicato spiegare, ma oggi che sei qui puoi capire; dammi la mano la terrò stretta; non dovrai avere più paura.

Non voglio andare via dal mio oggi, anche se ho la speranza di ritrovarti, ma ogni giorno da quando mi hai lasciato è il 22 Marzo, il tempo non si è fermato, ma nella mia mente si rinnova quel mattino e il dolore di non averti potuto dire:

  • Porta con te tutto il mio amore, il nostro amore, porta con te i nostri anni costruiti insieme perché potessimo chiudere gli occhi con la gioia di ciò che ci siamo dati. Porta tutto con te, noi tratterremo quello che ci hai donato e ne faremo la nostra forza su questa terra.
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