Attimi di Vera Vita
In sottofondo la voce di Roberta Ammendola che conduce Casa Italia. Le luci sono soffuse e l’aria condizionata accesa al minimo per non far schizzare alle stelle la bolletta della luce.
Sono quasi le 3 e ancora di sonno non se ne parla.. pensa Veronica seduta sulla sua poltrona reclinabile. Un regalo dei suoi figli. Essere ancora sveglia non la stupisce.
È abituata a non dormire. La notte i pensieri prendono il sopravvento e la divorano e lei vive con il costante terrore di morire, attenta ad ogni piccolo segnale che il suo corpo le invia, nel quale trovare la prova inconfutabile che la vita la stia per abbandonare.
La solitudine non l’aiuta. E nemmeno risiedere in una villa di quattrocento metri quadri, tutta sola. È costantemente in ansia che qualcuno possa intrufolarsi in casa: paura motivata dopo l’incursione di alcuni malviventi lo scorso Natale, mentre era via, a trovare i ragazzi.
I suoi figli le suggeriscono di vendere tutto, di trasferirsi a Parma dove abitano loro, eppure lei non ci pensa affatto. Quella casa è tutto: racchiude la storia della sua famiglia. Lei “è” quei muri. Inoltre sa benissimo che, se anche si trasferisse a Parma, né Andrea né Sara avrebbero il tempo di andarla trovare tanto spesso: il lavoro li impegna troppo, come pure le loro famiglie.
Dunque perché continuare a vivere? Si chiede.
Eccomi, sono sola, nessuno mi vuole bene più, i ragazzi hanno la loro vita. Andrea mi permette di vedere le bambine così poco, non servo più a nulla… Dopo la pensione volevo viaggiare e invece non ho soldi nemmeno per la spesa… pensa la donna abbandonandosi al tenero oblio della notte.
Le rose tanto amate da mamma sono in fiore. Riesco a sentirne il profumo fin dalla mia stanza. È un profumo inebriante, totalizzante, è il profumo di casa. Una casa che da oggi non sarà più mia. Oggi sposo Mario, lo amo eppure non riesco a non essere triste. Lasciare la casa in cui ho mosso i primi passi, in cui ho vissuto una giovinezza tanto dolce e spensierata: quanta nostalgia, sebbene le emozioni contrastanti che mi hanno tenuta sveglia tutta la notte svaniscono in un battito di ciglia quando vedo Mario. Eccolo, mi aspetta all’altare. Percorro la navata al braccio di papà, lo vedo: fiero, alto, i capelli corvini fanno risaltare i suoi occhi espressivi. Mi osserva commosso come se fossi un oggetto raro, prezioso, perfetto, un oggetto di cui avrà cura per sempre. Gli rivolgo il più dolce dei sorrisi: è il giorno più bello della mia vita. Sono felice e lo so.
È estate piena, il caldo è soffocante e reso ancor più pesante dall’afa cremonese. I bambini sono lamentosi ed insofferenti, ma i soldi per una piscina purtroppo non ci sono. Devono accontentarsi di giocare con l’acqua del pozzo per trovare un po’ di refrigerio. È l’ora di merenda e Sara mi chiede dell’anguria fresca, dice che ha caldo, che non sopporta più l’afa addosso. Non vorrei dargliela, temo che faccia indigestione, tanto le piace! Ma lei insiste… ed io esausta. Il vestito appiccicato al corpo a causa del sudore, i capelli davanti agli occhi, la pressione sotto i piedi. Acconsento: le dico di prenderne poca e di lasciarla riscaldare un po’ prima di mangiarla. Sta crescendo, posso fidarmi, mentre non posso lasciare solo in cortile Andrea, ha solo tre anni. Sento un urlo straziante provenire da casa. “Mammaaa!”, afferro Andrea, mi precipito in casa, Sara è distesa sul pavimento della cucina, si tiene lo stomaco, urla dal dolore, bianca come il latte, suda copiosamente, il respiro è affannato. Una congestione, me lo sentivo, maledizione! La corsa in ospedale sulla mia 500, lei che perde conoscenza, io che urlo per tenerla con me. Appena arriviamo me la strappano dalle braccia, la portano via con loro. Sono ore infinite, mi sento la peggior madre dell’universo: ho così tanta paura di perdere la mia bambina, oh Dio, aiutami! Dopo un tempo infinito, un dottore mi informa che Sara sta meglio, le hanno fatto una lavanda gastrica. Siamo arrivate appena in tempo. Ancora pochi minuti e il blocco l’avrebbe portata via per sempre. Ringrazio tutti i santi di cui conosco il nome con un voto: in casa non entrerà mai più dell’anguria.
La sensazione dell’erba sotto i piedi nudi è qualcosa di indescrivibile. Mi fa sentire libera, un tutt’uno con la natura. Corro veloce nel campo di grano mentre mio padre mi rincorre. I capelli mossi dalla leggera brezza primaverile. È il mio gioco preferito: corro senza meta, sicura che prima o poi mio padre mi raggiungerà per afferrarmi e farmi volteggiare in aria. Poi mi metterò comodamente seduta sulle sue spalle e torneremo a casa dove mamma fingerà di arrabbiarsi perché siamo in ritardo per la cena. Sento un amore così smisurato per i miei genitori: sono il mio tutto.
Andrea è bellissimo con frac e cilindro. Non mi sembra vero che oggi si sposi. È un giorno tanto felice, per me sarà sempre il mio piccino. Somiglia così tanto a Mario. Lo accompagno all’altare, osservandolo fiera: è diventato un brav’uomo e lui mi stringe a sé in un abbraccio che non dimenticherò mai.
Un tonfo. I ladri? No, non di nuovo! Ora esco e controllo.. ma cosa posso fare? E se ci sono e mi colpiscono? Certo ho un bastone.., ma loro senz’altro potrebbero farmi più male: ho il cuore a mille! Il mio povero cuore, non resisterà ad altri spaventi.
Ricordo quando sono tornata a casa da Parma dopo Natale e ho trovato tutto buttato per terra. È stato terribile! Un incubo! La mia disperazione, il vuoto, il senso che mi avessero portato via anche la mia dignità, ma almeno ho salvato la fede nuziale di Mario: quella la porto sempre con me.
Sono a scuola. È inverno, neve ovunque. Alberto mi viene incontro con passo svelto. “Veronica come hai fatto ad arrivare? C’è un tempo terribile! Ho temuto potesse succederti qualcosa!”. I suoi occhi azzurro ghiaccio cercano preoccupati i miei. È così bello… il tempo non l’ha cambiato, mi trovo a pensare. E poi mi vedo con lui a bere il caffè al bar fuori scuola. Lui che mi dice quanto sono bella, desiderabile. Sento forte l’impulso di baciarlo. Di diventare sua per sempre. Mi rivedo nuda tra le sue braccia, guidata solo dalla passione. I sensi di colpa per Mario e per i bambini messi a tacere dai suoi baci caldi e dalle sue mani forti che mi stringono e mi rendono di nuovo donna, non moglie, non madre. Solo Donna.
Vedo Mario in un letto d’ospedale. È notte. A malapena riesce a tenere gli occhi aperti, gli stringo la mano, tenta di sorridermi. Il mio cuore si ferma per un istante: l’uomo della mia vita, il padre dei miei figli, sta per morire. Resterò sola per sempre, mi sussurra “Ti amo Veronica. Grazie per la meravigliosa vita che mi hai regalato.” e dopo un momento che pare infinito bisbiglia “Veglia sui ragazzi”. Poi il silenzio. Non sentirò mai più la sua voce. Sono disperata ma mai così grata alla vita per avermi concesso di provare tanto amore.
Alberto mi volta le spalle per andarsene. Non lo so ancora ma lo sento: è l’ultima volta che lo vedo: ha scelto di non comprendere, ha scelto se stesso all’amore, ha scelto di usarmi. Mi sento spazzatura. Lo guardo andarsene e mi asciugo una lacrima, con un profondo respiro. Raccolgo cocci, pronta per tornare dai miei figli, agguerrita più che mai.
Siamo in pizzeria. Andrea sta urlando a squarciagola davanti a tutto il locale. “Voglio i soldi di mio padre! Sono i soldi che spettano a me e alle mie figlie!”. Abbasso il capo, pensando ai sacrifici che, con Mario, abbiamo fatto per far studiare i ragazzi a Parma. Vedo Tilde che mi guarda in cerca di conforto, Anna è troppo piccola, non avrà ricordi, ma Tilde si. Non voglio che ricordi suo padre tanto adirato; chino il capo, le afferro la mano. Tutto per te amore mio, penso mentre mi preparo a rinunciare all’eredità di mio marito in favore dei miei figli.
E poi la piccola Tilde corre incontro per abbracciarmi: lei e Anna sono sedute sul tappeto in sala che giocano. “Ti voglio tanto bene nonna” mi sussurra mentre si avvinghia a me nel lettone. Tutto per lei. Tutto per loro.
Veronica apre gli occhi all’improvviso. Il cuore batte all’impazzata. Guarda il vecchio orologio sulla credenza. Sono le 9.
Che gran viaggio ho fatto stanotte, pensa. Si alza, scosta le tende della porta finestra che da sulla strada, il sole è alto nel cielo. Apre il battente e prende una lunga boccata d’aria, una leggera brezza muove le foglie degli alberi. Vede il signor Alfio, suo vicino di casa, in bicicletta, pedala felice. “Buongiorno signora Veronica!” La saluta allegramente. Lei ricambia con un cenno della mano.
Si sente leggera. Chissà.. forse vale la pena vivere ancora qualche anno e scoprire cos’altro la vita ha in serbo per me! Pensa abbozzando un leggero sorriso.
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