Storia di una rinascita
Era una gelida giornata d’inverno, di quelle che proprio non ne vuoi sapere di uscire di casa e te ne stai raggomitolato sotto le coperte, fuori, le strade, gli alberi e le foglie lucenti di ghiaccio. Era anche domenica tra l’altro, una domenica della mia seconda fase di vita, quella post-esame di maturità, quella del lavoro. Così me ne stavo in camera mia, avvolta nelle coperte, abbandonata all’ozio e alla noia: riflettevo sul significato della vita e mi ponevo i grandi dilemmi esistenziali come mio solito, cercando risposta in vari volumi che avevo lì, sparsi tra le lenzuola. Ogni tanto mi assopivo cullata dalle parole che leggevo che si confondevano con quelle dei miei pensieri creando una dolce melodia. Stavo leggendo un manuale di psicologia del cambiamento di Anthony Robbins. ‘Tutti abbiamo dei sogni… tutti siamo convinti nel, profondo del nostro cuore, di avere qualche dote speciale, di poter influire in un modo particolare sul mondo…’ recitava. Si io ero convinta che il mio talento fosse il mio lavoro, pulire tutto lo sporco del mondo rendendolo un posto migliore dove vivere. ‘eppure, per molti di noi, questi sogni sono finiti sepolti sotto un mucchio di frustrazioni e di abitudini quotidiane, al punto che non facciamo più nessuno sforzo per tentare di realizzarli…’ proseguiva. Come si permetteva, nessuno sforzo, avevo passato tutta la settimana a spazzare e lavare scale, far brillare vetri, raccogliere foglie, per realizzare il mio personale sogno di rendere il mondo un posto migliore, più pulito! Anzi a proposito dovevo ricordarmi l’indomani di portare un prodotto pavimenti al condominio, e la scala per fare quel vetro alto e …. All’improvviso un grido acuto e penetrante mi giunse e mi ridestai. Cos’era stato? Un sogno? Ma eccolo di nuovo, un altro lamento simile al precedente, e un altro ancora, e ancora. Erano reali, provenivano da fuori. Mi affacciai alla finestra e vidi sul tavolo del cortile una cosa piccola e nera che sembrava emettere tali versi strazianti. Mi strofinai gli occhi gonfi di sonno e misi meglio a fuoco: quella cosa in realtà non era una cosa, ma un gattino minuscolo che implorava aiuto. La scoperta mi provoco un tale stato di agitazione: da quanto era lì? Perché nessuno si era accorto di lui ed era in suo soccorso? Corsi in cucina da mia madre, disperata più del necessario, urlai affannata: “ c’è un gattino fuori, sta male, dobbiamo fare qualcosa, piange, se non ci muoviamo muore, ne sono certa!”
“cosa dovrei farne?, i gatti sono del professore, se ne occupa lui,” replicò lei.
“no ma non capisci, quel gattino è nel nostro cortile, nessuno si è accorto che sta male, sta morendo!” continuai sempre più in preda al panico. Ero arrabbiata con mia madre, che si mostrava insensibile di fronte ai miei lamenti e a quelli del gatto, anzi stava iniziando a spazientirsi. Ero arrabbiata con me stessa, con il professore, i vicini, e tutti quanti, sordi a quei richiami. Ero arrabbiata anche con il gatto che aveva osato turbare la mia quiete e il mio ozio con le sue sofferenze. Urlavo frasi senza senso, come se fosse in gioco la mia stessa vita, tuttavia senza fare niente di concreto, convinta forse che la salvezza del gatto dipendesse dall’intensità delle mie preoccupazioni. Anthony Robbins non avrebbe gradito affatto il mio comportamento. Ad un certo punto mia sorella, stanca, dal divano del salotto sbottò: “ Basta lagnarti, se ti interessa così tanto fai qualcosa, vai giù a vedere, non prendertela con gli altri.”
Le sue parole mi fecero tornare in me. Giusto: non dovevo piangere, dovevo agire. Corsi giù nel cortile, con mia sorella al seguito, ormai i lamenti non si sentivano nemmeno più. Il gattino era ancora lì sul tavolo , un mucchietto di ossa e peli, rigido e freddo, il musino, gli occhietti e il nasino tutti ricoperti di crosticine. Sussurrai con un filo di voce: “ è morto”.
Avevo barattato la sua vita con i miei pianti inutili. Ma ecco che, toccandolo lievemente con il dito, sentii un movimento impercettibile dell’addome. Non era morto! Si trovava in un luogo tra la vita e la morte. Mi colse improvvisamente una frenesia tale, un certo istinto di sopravvivenza, per cui sapevo esattamente cosa fare. Bisognava assolutamente portarlo in casa, al caldo, avvolgerlo nelle coperte, cercare di aprire le vie respiratorie e farlo bere, aiutandosi nel caso con una siringa. Era in evidente stato di ipotermia, malnutrizione e disidratazione. Doveva trattarsi dell’anello debole della cucciolata, del più fragile. Mia sorella ed io procedemmo a svolgere tali compiti. Al telefono la veterinaria, spiegatale la situazione, non volle darci false speranze e disse che sarebbe stato difficile in simili condizioni che sopravvivesse, ma se avesse passato la notte l’indomani di portarlo immediatamente da lei. Verso sera, dopo un’ intera giornata di cure, attenzioni e amore da parte mia e di mia sorella, la micetta, perché era una femmina, ricominciò a vivere. Prima, aprendo un pochino gli occhietti, si guardava intorno, spaesata, non sapendo dove fosse, poi, riscoprendo le zampette, provava a liberarsi delle pesanti coperte che l’avvolgevano tutta e con passi incerti reimparava l’arte di vivere dopo aver sfiorato la morte. Ed io anche, con lei, mi sentivo rinata, invasa da gratitudine e speranza, piena di entusiasmo e forza vitale. Avrei voluto salvare tutti i gattini del mondo. Scelse di rimanere con noi, la chiamammo ‘Micetta’, e tutti ci affezionammo a lei, perfino il mio cane, benché con iniziale riluttanza.
Sono passati otto anni circa ed è ancora qui con noi, solo che, a dispetto del nome, non è più un esserino minuscolo, ma una bella gatta, leggermente in sovrappeso, padrona della casa. Eccola mentre scrivo che veglia su di me con i suoi grandi occhi gialli e mi ricorda, al pari di Anthony Robbins, che chiunque può influire in maniera positiva sul mondo, basta volerlo.
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