LA TELEFONATA
Dopo tanti anni, risento quella voce che tanto avevo desiderato si facesse viva, e invece è stato sempre solo silenzio. Sentire parole, ricordi di un passato senza storia, perché non era la nostra, ascoltare ciò che non avrei mai voluto sentire: “Non ti ho mai illusa, non ti ho mai fatto credere quello che non era”. Risuona nelle mie orecchie solo la conferma del rifiuto, la conferma di quella che era una certezza, ma che non volevo vedere. Il tempo era passato ma lui era rimasto lo stesso, coerente, freddo, irriverente e irrispettoso, quasi a volere rimarcare l’illusione vissuta in un momento della mia vita dove avrei potuto avere chiunque, e invece avevo scelto la trasgressione, poi la competizione e infine la gelosia verso chi aveva diritto di mortificarmi e riprendere ciò che era suo.
La telefonata, in un attimo aveva riacceso ciò che io avevo sepolto in profondità, per non permettergli più di riaffiorare, per non avvertire più la sensazione di essere stata respinta, usata, e trattata come in realtà meritavo, per essermi spinta in un terreno che non solo non era il mio ma che non avevo neanche la capacità di gestire. Non una parola a ciò che ero stata per lui ma solo a come avevo fatto trepidare il suo desiderio; nessuna considerazione per il momento particolare della mia vita che lui aveva scelto per risorgere dalle ceneri nelle quali io lo avevo seppellito.
- Ciao, come va? E’ tanto che non ci si sente; ho saputo dei tuoi, me lo ha detto mia moglie. Come è accaduto l’incendio, deve essere stato tremendo per loro, non avere via di scampo.
- Ciao, non sono in gran forma, è più che comprensibile. Tu piuttosto, da dove spunti, come hai saputo? Sparisci senza lasciare traccia, senza una spiegazione, e ricompari dopo 20 anni per chiedermi come è accaduta la disgrazia ai miei di cui credo tu non sapessi neanche l’esistenza. Comunque, grazie, sei stato gentile.
- Dimmi com’è accaduto?
- Erano in balcone a mangiare, la serata era fresca, non c’erano le zanzare, si erano portati il televisore e stavano guardando una trasmissione. D’un tratto hanno sentito un odore acre e vedono uscire del fumo dalla portafinestra, mio padre più agile di mia madre si alza e va a vedere; le fiamme erano già alte avevano invaso mezza casa, così mio padre aveva sollecitato mia madre a rientrare e correre verso la porta, per quanto mia madre non sia così agile. Infatti, coprendosi entrambi la bocca con la maglietta, si stavano dirigendo verso la porta di casa ma le frange del tappeto dell’ingresso hanno preso fuoco. Le fiamme sempre più alte li hanno circondati senza lasciargli via di uscita. Il pensiero mi fa rabbrividire. Non è rimasto quasi nulla di loro, per fortuna sono morti sul colpo.
- Mi dispiace tanto, davvero!
- Non pensavo avessi dei sentimenti, forse riesci ad essere più empatico con chi non conosci!
- Ti sento comunque con una voce bella pimpante, piena di energia, proprio come un tempo.
- Ora ti saluto, mi ha fatto piacere sentirti.
Il giorno seguente un “ciao “in un messaggio, tipico del suo modo di annunciarsi nella nostra relazione clandestina. Non avevo voglia di rivivere nulla di un passato che mi aveva lacerata pur nella sua inconsistenza. E ancora: “Ti posso chiamare?”. Io resistevo, come fossi padrona della situazione, ma non era così. Averlo risentito mi aveva lusingata dandomi l’illusione che avesse pensato a me. Nel respingere le sue lusinghe mi sentivo forte, ma non lo ero. Dopo tanti anni, ancora subivo il fascino di una persona che era comparsa nella mia vita in un momento di fragilità, e alla quale avevo permesso di farmi del male, convinta che potevo gestire una situazione insolita ma divertente e adrenalinica per l’età. Oggi, nuovamente traballante, ricompare questo uomo a farmi tremare la terra sotto i piedi. MI sentivo decisamente in grado di dire “no”, soprattutto perché quello strano sentimento che mi aveva rapito il cuore tanti anni prima, non c’era più. Volevo fare l’audace, provocare una reazione, e quindi se non mi messaggiava lui, lo facevo io e viceversa. I suoi messaggi molto aridi, senza riferimento al passato, i miei subdoli e provocatori, per cercare di carpire se mai ci fosse stato qualcosa in quel rapporto lontano che avevamo vissuto entrambi o forse solo io.
Ero ancora dalla parte sbagliata, ma in tempo per ravvedermi ed essere ferma senza accondiscendere all’unica cosa che ancora voleva da me, solo per gratificare il suo ego, incurante del male che avrebbe potuto fare ancora a sua moglie e sicuramente a me.
Altra telefonata, e la tentazione di non rispondere senza riuscirci. La strategia, dopo anni, di fare vivere a lui quell’incertezza, quell’instabilità, quella trepidazione che provoca il desiderio non corrisposto.
- Ma cosa vuoi da me?
- Perché lo chiedi, voglio quello che vuoi anche tu.
- Ma non ti senti in colpa verso tua moglie?
- No, non la sto tradendo.
- Non ora, ma lo hai fatto. Io ho permesso di farti entrare nella mia vita, ben sapendo che non ci saresti potuto restare, perché non avresti mai scelto me, o mi avresti scelto?
- No, e non ho mai tradito mia moglie; si tradisce solo se subentra un sentimento. Ora devo andare, non mandare messaggi, quando posso ti chiamo io.
Una delle tante telefonate, tutte si concludevano senza interesse, senza trasporto, senza quel sentimento, che , per quanto bizzarro, mal riposto e per me mortificante, io invece nutrivo.
L’avevo avvertito come una presenza maligna sin dal primo istante, aveva ribaltato le mie certezze, mi aveva resa inerme, e da quel momento nella mia vita erano accadute cose che mai mi sarei aspettata. Potevo ancora dire “ NO”, ero ancora io l’ago della bilancia, potevo umiliare io la sua presunzione, potevo demolire la sua onnipotenza, la sua convinzione di essere il più forte – lo era- mi ero lasciata il tempo per riscattare la mia dignità. Poi ho deciso.
Lascia un commento