Favola per grandi con morale
Al centro di un piccolo giardino si ergeva un albero molto grande, dotato di forti radici intrecciate e lunghi rami, talmente accogliente che era diventato il punto di ristoro degli animaletti che vivevano attorno ad esso: Otto il passerotto, Tuga la tartaruga, Miro il ghiro, Romina la chiocciolina e Silente il serpente.
Nonostante le origini così differenti l’uno dall’altro, erano molto amici e tra loro regnava un senso di affetto e fiducia. Del resto erano cresciuti assieme da quando il maestoso albero era stato piantato dai proprietari della casa adiacente al giardino. Insieme vedevano trascorrere i mesi e le stagioni, si spalleggiavano vicendevolmente per ogni necessità, soprattutto per procacciarsi il cibo di riserva per l’inverno quando tutti, tranne Otto, si sarebbero rintanati nelle loro abitazioni per il letargo.
Il giocoso passerotto era il più vivace del gruppo e cercava sempre di coinvolgere gli amici nei suoi svaghi, spesso con poco seguito, in quanto lui poteva svolazzare allegro al di sopra dell’albero, mentre gli altri potevano solo stare a guardarlo, finendo così per annoiarsi. Otto faceva di tutto per adattarsi a loro, consapevole della diversità degli amici, spesso zampettava sull’erba per stare in loro compagnia, finendo, talvolta, per annoiarsi lui, dato il suo innato desiderio di innalzarsi in voli paradisiaci e osservare tutto dal cielo.
Quando erano insieme si divertivano molto, giocando a calcio con la palla di terriccio sul prato, a nascondino ai piedi dell’albero tra le radici e simpaticamente, si prendevano anche un po’ in giro, ridendo tutti dei propri difetti. Terminavano la giornata tra cibo e bevande, dandosi poi una dolce buonanotte per ricominciare il giorno seguente.
Spesso Otto, quando capiva che i suoi compagni si stavano stancando di giocare, per non impigrirsi e per attirare la loro attenzione, si divertiva a stuzzicarli, ad esempio, picchiettando con il becco sulla corazza di Tuga, scivolando sulla bava di Romina, pizzicando la punta della coda di Silente e salendo sulla gobba di Miro per tirare il morbido pelo con le sue zampette.
Purtroppo, loro non sempre accettavano il buffo modo di fare dell’amico passerotto, anzi, ne erano infastiditi e guardandosi con aria complice, sbuffavano, confidandosi che non lo tolleravano più, decidendo così di ritirarsi nelle rispettive tane.
Otto si sentiva sconfortato per non essere capito, fosse dipeso da lui, non si sarebbe mai stancato di giocare con loro e di trascorrere le giornate insieme, anche perché sapeva che durante il letargo sarebbe rimasto solo.
Appena arrivavano i primi freddi, il passerotto si faceva puntualmente in quattro per aiutare i suoi compagni di albero a procurare e depositare nelle stive le provviste e tutto quanto potesse servire loro per affrontare l’inverno. Anche in quel contesto Tuga, Miro, Romina e Silente sembravano non gradire la prodigalità di Otto, sostenendo che portasse loro anche ciò che non gli serviva, come se volesse dimostrare a tutti i costi di essere instancabile, superiore a loro, ma soprattutto invincibile.
Il passerotto li salutava affettuosamente, già con nostalgia, sperando arrivasse presto la primavera. Loro, invece, mentre riponevano terra, legni e cespugli per richiudere le porte delle loro casette, gli rispondevano che finalmente li avrebbe lasciati in pace, senza neanche dirgli un grazie.
Il povero passerotto si allontanava triste e sconsolato, volando in cima all’albero ormai brullo, ma non si perdeva d’animo e con il petto in fuori, come un guardiano, prendeva un bel respiro di speranza per ritirarsi anche lui, ritrovandosi ormai solo, nel suo nido riparato tra le cavità del tronco e i rami, aspettando con pazienza il giorno in cui i suoi amici si sarebbero risvegliati.
L’inverno inoltrava, ma ad ogni alba Otto cantava al nuovo giorno con coraggio. Le settimane erano sempre più fredde e uggiose, sopraggiungevano pioggia, vento, gelo e neve, ma nel suo cuore c’era sempre il sole.
Un mattina Otto aveva scorto, sui nodi dei rami, dei riflessi bianchi risplendenti; incuriosito si era avvicinato per controllare cosa fossero e con sua grande meraviglia aveva scoperto che si trattava proprio di splendide gemme e che di lì a poco sarebbe arrivata la primavera.
Con il cuore palpitante ed esultante di gioia Otto cominciò a volare dietro le porte dei sui compagni, chiamandoli per nome, picchiettando alle loro porte, incitandoli a risvegliarsi. Era ora di uscire dalle loro tane. Tuga, mentre faceva capolino, diceva ad Otto che era il solito burlone e non era ancora il momento, Miro gli riferiva che aveva ancora tanto sonno, che era un bugiardo e non doveva ingannarlo, Romina non si risparmiava, accusandolo di essere proprio uno stupido perché l’aveva disturbata per nulla e Silente con un colpo di coda, indispettito, gli richiudeva la porta in faccia.
Il misero Otto non capiva questi simili comportamenti, eppure le gemme stavano davvero sbocciando sul loro affezionato albero! Si sgolava per far sentire loro che, si, era vero che gli mancavano, ma non era così stupido e falso da fargli rischiare la vita solo perché, stanco della sua solitudine, non vedeva l’ora di giocare con loro. Si disperava perché non era colpa sua se il clima era impazzito!
Crucciato, con il capo chino, le piume basse e le lacrime agli occhi se ne tornava al proprio nido.
Una settimana dopo, in un buio grigio giorno di forte vento e tempesta, lo sventurato Otto, mentre, con grande disagio, ricercava il suo cibo, veniva investito da una raffica di vento violenta e potente che lo induceva a perdere l’equilibrio del suo planare, finendo, disgraziatamente, stramazzato al suolo. Malauguratamente aveva sbattuto la sua tenera testolina contro un lampione e non riusciva più a risollevarsi.
Pur lottando fino all’ultimo istante, con tutta la sua immensa forza, per la sopravvivenza, la sua preziosa esistenza si spegneva.
Giungeva la primavera. Silente era il primo a strisciare all’aperto dal terreno, vicino a Romina, che sgusciava anche lei all’esterno subito dopo; entrambi si avvicinarono a Tuga per tirarla fuori dal suo carapace e tutti insieme svegliarono Miro che se ne stava ancora raggomitolato.
Felici e sorridenti si abbracciarono tra loro e non vedevano l’ora di riabbracciare, finalmente, anche il loro matterello amico passerotto!
Guardavano fiduciosi verso l’alto, alla ricerca di Otto, stupendosi di come mai non si trovasse già lì, come suo solito, ad aspettarli. Lo chiamavano e lo cercavano ovunque, chiedevano di lui anche agli uccelli del vicinato, ma nessuno sapeva nulla e di lui né un cinguettio lontano né una piuma, il suo nido era vuoto e rinsecchito. Inizialmente pensavano si trattasse di uno dei suoi soliti scherzi o di un dispetto, consci di quanto lo avessero trattato male, ma più passavano i giorni, più avvertivano il silenzio attorno a loro e più si rendevano conto che qualcosa di inconsueto doveva essergli accaduto. Gli animaletti si dicevano di avere esagerato, di non avergli dato troppo spesso la giusta importanza. Romina, disperata, ci teneva molto a dirgli di quanto in realtà gli volesse bene, Miro era avvilito perché desiderava tanto poter giocare finalmente con lui, a Silente mancavano tantissimo le confidenze che si raccontavano e Tuga si sarebbe risotterrata dal dispiacere di non poter più scherzare con lui. Avevano preso consapevolezza che Otto era il migliore tra loro. Lo rimpiangevano, lui, il loro caro amico passerotto, che era sempre stato presente, che cercava di tirar loro su il morale quando necessario. E poi era un vero portento nel procurare il cibo. Si stavano rendendo conto di aver perso un amico, un vero amico, disposto a fare di tutto per loro.
Addolorati, avevano capito che Otto li aveva lasciati perché non si meritavano un compagno come lui, oppure ancor peggio, perché gli era capitato qualche brutto incidente durante il rigido inverno.
Stava di fatto che il loro caro amico Otto, il super passerotto, per loro un grande eroe, li aveva abbandonati.
Miro, Tuga, Silente e Romina aspettarono ogni giorno invano di poterlo rivedere per chiedergli scusa e ringraziarlo per l’amore e la dedizione che aveva sempre loro dimostrato.
Purtroppo non avrebbero più potuto riabbracciare Otto e capirono l’importanza che ciascun essere in vita merita di essere apprezzato quando ci è ancora vicino, prima che sia troppo tardi.
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