Amore Proibito
Ad illuminare l’ambiente solo la fioca luce della candela posata sul comodino. Matilde dall’interno del suo baldacchino osservò la stanza, che ancora non sentiva sua nonostante la abitasse ormai da mesi. I contorni dei mobili le sembravano indefiniti a causa del baluginare della fievole luce. Il cuore le martellava nel petto. Aspettò interminabili minuti finché non fu certa che le sue dame di compagnia si fossero ritirate nelle proprie stanze, segno che anche stanotte suo marito non si sarebbe recato a farle visita. Matilde si fece coraggio e prese un profondo respiro mentre scostava le tende che la proteggevano. Nei giorni precedenti aveva pianificato la fuga nei minimi dettagli: si sarebbe sfilata dalla sua stanza in piena notte, mentre tutto il castello dormiva, e si sarebbe intrufolata in biblioteca dove, finalmente, avrebbe potuto impossessarsi del libro che sognava di poter leggere da quando aveva appreso delle sua pubblicazione: l’Elogio alla Follia, di Erasmo da Rotterdam. Matilde amava leggere e la sua curiosità era trasversale: dai classici latini, ai testi politici finanche ai testi considerati sovversivi. Appena appreso della pubblicazione di un testo così moderno e provocatorio grazie alla missiva ricevuta dal suo caro fratello, con il quale condivideva l’amore per la conoscenza, subito chiese alla suocera Isabella, di fatto la padrona del castello, se fosse stato possibile leggerlo ma la risposta fu un no deciso. In quel castello non erano permessi libri di quella caratura e soprattutto non era di certo “una lettura adatta per la contessa del Sussex” per citare le parole di Isabella. Matilde odiava la suocera dal più profondo del cuore. La teneva reclusa nelle sue stanze proibendole ogni cosa lei reputasse interessante o stimolante e in più la teneva lontana dalle questioni politiche e sociali della contea, pur essendo lei la legittima contessa del Sussex. Era solita ripeterle che la priorità era dare un’erede ai Dudley, solo dopo aver ottemperato i propri doveri si sarebbe potuta interessare di cultura o politica. Ciò causava nella giovane donna noia e frustrazione, tanto più che suo marito non la cercava mai, rendendo impossibile l’impresa di concepire un erede. Così, quando qualche giorno prima scorse in biblioteca il libro oggetto del suo desiderio, decise di disobbedire ad Isabella ed architettò un piano per potersene impossessare. Era stufa della sua vita così monotona. Nel castello in cui era cresciuta, nella contea di Hampshire, tutto era diverso: poteva muoversi liberamente tra le stanze, non solo poteva, ma anzi era esortata, a leggere tutto ciò che volesse per poter nutrire la propria mente e addirittura le era consentito uscire a cavallo e tirar di spada con suo fratello. Ma al compimento dei suoi 15 anni tutto cambiò. Suo padre decise che era arrivato il momento di farla sposare. Alla contea di Hampshire, molto ricca, serviva un’alleanza con il Sussex, molto vicina a Re Enrico VII, per poter avere un seggio al Consiglio Regio e diventare a tutti gli effetti una delle contee più potenti del Regno. Matilde chinò il capo ed obbedì. Meno di un mese dopo era la moglie di Guglielmo, nuovo conte di Sussex, succeduto al padre Edmondo dopo la sua dipartita. Matilde aveva un animo vivace e pur non volendo deludere suo padre non poteva fare a meno di mal tollerare la propria nuova vita. Guglielmo, suo marito, era si gentile ma poco interessato a lei. Durante il rito nuziale a malapena l’aveva guardata. E nei giorni successivi si era limitato a farle visita qualche notte nelle sue stanze con l’intento di fare il proprio dovere e concepire un erede. Matilde sospettava che Guglielmo non fosse attratto da lei. E che in generale non fosse attratto da nessuna donna. Aveva visto come guardava il suo scudiero Bartolomeo. Non sapeva molto di amore ma se avesse dovuto scommettere avrebbe scommesso che il rapporto fra i due non fosse prettamente amichevole. Con il cuore a mille per l’agitazione Matilde percorse i lunghi corridoi del castello nella speranza di non essere vista dalle guardie. Camminava lenta e guardinga, sfruttando le ombre delle porte per celarsi ad occhi indiscreti. Indossava solo le vesti da notte e l’aria fresca di primavera che entrava dai finestroni aperti le fece venire la pelle d’oca. Si sentiva agitata ma impaziente di stringere a sé l’agognato libro. Scorse la porta della biblioteca e un sentimento di vittoria le travolse il petto. Fece per abbassare la maniglia quando una mano forte la afferrò da dietro immobilizzandola. Il cuore ricominciò a martellarle nel petto dallo spavento. “Cosa fai qui sola a quest’ora di notte?” Le sussurrò una voce calda all’orecchio. Riconobbe il tono di quella voce. Era Tancredi. Lo schiavo di Isabella, i suoi occhi, il suo uomo più fedele. È finita.. Isabella mi punirà.. pensò Matilde mentre il suo petto si alzava ed abbassava ansimante. “Non dovresti essere qui” le disse mentre le toglieva la mano dalla bocca squadrandola come se la vedesse per la prima volta. “Voglio leggere l’Elogio alla Follia di Erasmo da Rotterdam. Mio fratello me ne ha scritto e ardo dalla curiosità. Isabella me l’ha proibito ma ho deciso di procurarmelo da sola. Fino a prova contraria sono io la padrona del castello” rispose lei con rabbia “Come sempre farai il suo schiavo e l’avviserai subito non è così? Fai pure. Non temo né te né lei” concluse con tono di sfida. Tancredi serrò la mascella e osservò la donna. Era minuta ma pareva grandissima mentre si infervorava. Le sue gote erano rosse dall’indignazione e i suoi occhi verde smeraldo lampeggiavano. È così diversa da Isabella.. si ritrovò a pensare il giovane cavaliere. “Torna nelle tue stanze” le rispose con tono glaciale. Matilde lo guardò con diffidenza. Uno sguardo che valeva più di mille parole. Tancredi si sentì trafiggere da quello sguardo sprezzante ma al contempo compassionevole. Per un attimo gli sembrò che la donna, pur non conoscendolo, avesse letto perfettamente i tormenti che abitavano il suo animo. La giovane contessa gli diede le spalle senza proferire parola e con fierezza si diresse verso i propri appartamenti. Tancredi restò interdetto a fissare la figura della donna allontanarsi. La determinazione di Matilde aveva risvegliato in lui un sentimento sopito da ormai troppo tempo: l’orgoglio. Da troppo l’aveva messo da parte per soddisfare ogni capriccio della contessa madre. Tancredi amava Isabella. O almeno cadeva di amarla. Da che avesse memoria aveva sempre e solo voluto essere amato da lei. Fin da bambino percepiva la sua freddezza ed invidiava Guglielmo che a differenza sua una madre l’aveva. Si sentiva in difetto per le sue origini. Sua madre non era altro che una cortigiana eppure suo padre, il conte Dudley, lo prediligeva al figlio legittimo. Quando il conte Edmondo tornava da Londra passava sempre più tempo con lui che con Guglielmo e a lui portava sempre i doni più preziosi. In quei rari momenti si sentiva amato e parte di una famiglia, ma quando Edmondo ripartiva lui tornava ad essere il figlio bastardo. Se con Guglielmo, più giovane di lui di qualche mese, i rapporti erano da sempre stati fraterni, con Isabella il rapporto era di odio amore. Più lui si impegnava per essere bravo, tanto negli studi quanto nelle abilità da cavaliere, più lui desiderava essere accettato, più lei lo disprezzava. Avrebbe dato tutto pur di essere abbracciato come Isabella faceva con Guglielmo. Poi Edmondo morì e Guglielmo gli successe come conte di Sussex. Se prima Isabella lo mal tollerava ora non lo considerava nemmeno più. Per il sedicesimo compleanno di Guglielmo la contessa organizzò un torneo grandioso, con tutti i migliori cavalieri del regno, mentre per i sedici anni di Tancredi, caduti qualche mese prima, non si disturbò nemmeno di nominarlo cavaliere, come era consuetudine. A quel punto Tancredi decise di tentare il tutto per tutto per dimostrare il proprio valore. Avrebbe vinto quel torneo, a costo di morire. Lui non era solo il fratellastro del conte, poteva essere il suo fidato consigliere e Isabella poteva fidarsi di lui. Per dimostrare la propria devozione chiese in dono alla contessa un nastro all’inizio del torneo. Combatté strenuamente e vinse, sconfiggendo alla giostra uno sfidante dopo l’altro. Versando sudore e sangue dimostrò di essere il più forte e impavido. Di fronte all’impresa Isabella non fiatò, non un complimento. Tancredi in preda allo sconforto pensò che nemmeno i quell’ultimo tentativo di esser visto dalla contessa avesse funzionato e così si preparò per partire e andarsene dalla corte. Ma quella sera qualcuno bussò alla sua porta. Era Isabella. Senza una parola si avvicinò a lui e lo baciò. Lui rimase senza fiato e non osò obiettare. Aveva sempre e solo desiderato compiacerla e ora finalmente poteva farlo. Divenne il suo amante. Isabella lo ingabbiò in una danza di dipendenza ed attrazione. Fu presto nominato primo consigliere del conte e capo delle guardia del castello. Divenne in un colpo solo il braccio destro di Guglielmo e gli occhi e la mano di Isabella. Tancredi si riscosse. Lei lo stava aspettando nelle sue stanze. Si diresse a passo deciso verso gli appartamenti della contessa madre quando si imbatté in Guglielmo. Il conte era seduto sul cornicione di una finestra con un boccale di birra in mano. Era ricurvo su sé stesso e con una mano si teneva la testa. Emetteva strani suoni, a metà tra il riso e il pianto. “Guglielmo cosa stai facendo su quella finestra?” gli chiese Tancredi preoccupato. “Fratello mio! Sei qui! Bevi con me!” Rispose Guglielmo evidentemente ubriaco. “Fratello credo tu abbia già bevuto abbastanza per stasera. Vieni ti accompagno nei tuoi appartamenti” gli rispose il cavaliere prendendolo sottobraccio. “Hanno incarcerato Bartolomeo. È stato un errore. Lui è innocente..” Biascicava Guglielmo mentre il fratellastro lo accompagnava nelle sue stanze. Tancredi si raggelò. Proprio lui aveva arrestato Bartolomeo quel pomeriggio su ordine di Isabella. Sentì un nodo allo stomaco. Sapeva che Bartolomeo non aveva colpe se non quella di ricambiare l’amore del conte. E sarebbe morto per questo. Una volta messo a letto il fratello, Tancredi raggiunse Isabella. “Eccoti finalmente” gli disse infastidita “dov’eri finito?”. “Mi sono imbattuto in Guglielmo. Era fuori di sé per l’incarcerazione di Bartolomeo. L’ho accompagnato nelle sue stanze” Rispose obbediente Tancredi. Nonostante il divorante senso di colpa la temeva ancora più di chiunque altro al mondo. “Era prevedibile si inquietasse. Gli passerà. Deve concepire un erede. Quel servo era solo un ostacolo” Disse Isabella con tono indifferente. Tancredi serrò i pugni. “Non per tutti è semplice come per te non provare sentimenti..”. “Da quando sei diventato così debole? Devo per caso sostituirti con qualcuno di più virile?” Rispose lei con un sorriso provocatorio. Tancredi in tutta risposta la afferrò per baciarla. “Non sono debole mia Signora” le disse fermo all’orecchio.
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