La Solitudine dell’Essere

Non sono sola. C’è un popolo intorno a me: voci, risate, piccole felicità che si stendono nell’aria come il fumo delle caldarroste. Eppure: io sono sola. Sola come un’ombra a mezzogiorno. Sola in quel modo viscerale, infantile, come quando da bambini ci si stacca improvvisamente dalla mano della madre e il mondo diventa enorme. Mi parlano, mi tirano fuori frasi leggere, lucidate, da social. Le parole mi sfiorano come farfalle stanche. E io? Io scivolo giù, nel mio pozzo. Un pozzo che nessuno vede, perché tutti guardano solo ciò che brilla. Un pozzo buono, dove l’acqua è immobile e tutto tace. Ci sto bene, là sotto. È una fossa, sì. Ma è mia.

Cammino. Cammino perché se sto ferma, mi raggiunge il rumore. Il passo che batte sull’asfalto mi riporta ordine. Un ordine povero, essenziale, come un lampione che illumina solo sé stesso. La solitudine non so dove sia. Forse non è dentro né fuori. Forse è quel punto segreto dove il corpo tocca l’anima che brucia. O forse è solo ciò che resta quando ci togliamo di dosso la maschera del “va tutto bene”?              

Guardo gli alberi. Si spogliano senza protestare. Non chiedono scusa per la loro nudità. Diventano ossa eleganti contro il cielo freddo. E noi? Noi invece continuiamo a coprirci. Di filtri, di sorrisi, di presenze obbligatorie. E intanto camminiamo su un filo invisibile, sospeso tra due palazzi senza storia. Sotto: il vuoto. Intorno: gente. Troppa gente. Nessuno. Sparire sarebbe facilissimo, a volte. Un attimo. Basterebbe un passo di lato. Ma non ce lo permettono. Siamo incatenati: al profilo, al like, al dovere di essere felici. E allora guardo una foglia. Una. Che si stacca dal ramo. Silenziosa. E cade. Non affretta la caduta, non lotta, non teme il suolo. Danza. Si abbandona al vento come se la vita non fosse una corsa ma una resa. Ecco. Quella foglia sono io. Piccola. Sola. Ridicola, forse. Ma vera.

Si dice che morire soli sia terribile. Forse. Ma ognuno di noi è un deserto che nessuno attraversa. La mente è una stanza senza porte: nessuno entra. Nemmeno gli affetti. Nemmeno chi ci ama. Nemmeno chi ci salva. Siamo nati soli. Moriremo soli. Nel mezzo c’è il tumulto, la paura, la finzione. E la verità… la verità è un animale selvatico. Ti morde solo quando resti zitto.

Ho paura del silenzio perché mi restituisce la mia vera voce, quella che nascondevo. Senza attenuanti, senza pubblico, senza trucco. Mi ascolto, e sento tutto: il dolore, l’insoddisfazione, i desideri che non so confessare, i crolli, gli slanci, le colpe. E allora mi chiedo: sono diventata egoista? Una che scappa? Una che si difende come può? Gli altri sembrano sicuri, pieni di luci. Io no. Io desidero essere invitata e nello stesso istante desidero scomparire. Diventare invisibile come un lampione spento. Mettere il telefono in modalità aereo e scomparire dall’universo. Se dici no, sei ingrata. Se dici si, ti tradisci. Non c’è pace. Non c’è scelta pulita.

E allora, qual è la salvezza? Un’isola deserta? Un’eremo? Il caos mostruoso di New York? Alla fine sono tutte fughe. Tutte illusioni. Tutti modi diversi di ammettere che non sappiamo stare al mondo. E allora? Cosa resta? Resta questo: che si sopravvive. Che ogni giorno si tenta. Che ogni tanto si cade. E ogni tanto ci si salva. Io, per oggi, faccio l’unica cosa che so fare. La cosa più antica, più povera, più vera.

Cammino.

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