Il chiodo

Sono sano, robusto e forte, sono di ferro nessuno potrà farmi del male. Sono giovane e lucente, sprizzo energia da tutti i pori. Vivo in una cassetta degli attrezzi e conosco quanto sia dura la vita tra pinze e tenaglie. Salvaguardo mia moglie e i miei figli offrendomi per primo quando necessario. Mi sacrificherò per loro.

Una mattina vengo svegliato da una grossa voce potente che ordina “prendimi un chiodo”. Richiamo subito l’attenzione della mia famiglia preoccupato, dicendo loro “abbracciamoci forte, così non potranno toccare nessuno di noi”, ma due dita calde e ruvide ci rimescolano dividendoci. Mentre saltello sbracciandomi per farmi notare, mi sento acciuffare incautamente e mi ritrovo immediatamente a testa in giù, puntato contro una parete. “Oh no, sta accadendo proprio a me, devo resistere”.

Vengo colpito da un martello sulla capocchia “ahi che male, fai piano idiota”, ma nulla, quell’uomo non mi ascolta, mi batte sempre più forte, picchietta finché mi ritrovo con la punta conficcata nel muro, bloccato, imprigionato. “E ora? Che ne sarà di me?” Neanche il tempo di riflettere che mi affibbiano un gancio attorno al collo. È pesante, penso desolato. Hanno appeso su di me una cornice, in fondo è un’amica inseparabile, ma è faticoso reggerla, soprattutto se di grandi dimensioni. “Meno male che ci sei tu” mi dice “altrimenti sarei già caduta per terra”. “Ti reggo io, lo faccio con piacere, almeno mi rendo utile!” le rispondo.

Essere di aiuto mi compiace, mi riscatta dal dolore che mi viene provocato ingiustamente. Intanto chi mi aveva conficcato alla parete prende la cassetta degli attrezzi e se ne va con i miei cari. “Ehi sono qui”! Urlo inutilmente, spingo per uscire dalla parete e raggiungerli, ma non riesco a muovermi, sono ancorato.

È il mio triste destino, lo stesso accadde a mio nonno e a mio padre e sarà così di generazione in generazione.  Mi guardo intorno e mi ritrovo solamente con qualche mio simile fissato qua e là sui muri della casa, demoralizzato, triste e solo come me. La loro vicinanza non è sufficiente a colmare la solitudine ed a rimpiazzare l’affetto dei miei cari. In uno stato di depressione e rassegnatomi a questa vita solitaria, passano gli anni.

Sento che sto invecchiando, lo strato di metallo che mi avvolge diventa arrugginito, sono debole, ma sono lì, ancora presente, fermo, sempre pronto a sorreggere quello che mi affidano. Ho retto per anni un quadro prezioso prima e una foto di famiglia poi, finché un giorno, forse perché vecchio e stanco, al posto della cornice mi viene appeso un calendario. Mi hanno alleggerito e almeno una volta al mese mi arriva una carezza al volto quando girano la pagina, mi danno una sistemata inserendomi più a fondo nella calce perché il buco dove mi adagio si è allargato.

La sera del 31 dicembre durante i festeggiamenti, strappano con decisione il calendario per gettarlo via e inavvertitamente tirano via anche me. Capitombolo per terra, ruzzolando in un angolo nascosto, sotto il mobile della cucina, buio e polveroso. Nessuno si occupa di me. Sono rimasto solo, abbandonato e dimenticato, a ricordare i bei tempi passati di quando ero stato importante e utile. Ormai sono vecchio, arrugginito e storto, sparito nell’ombra e nessuno ha più bisogno di me, nessuno mi cercherà più.

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