Essere lib(e)ri

Oggi si parla spesso di comfort zone e della necessità di uscirne fuori, oltrepassarne i confini. È davvero sempre così necessario farlo? La società super produttiva nella quale viviamo ce lo impone con prepotenza, quasi fosse una convenzione obbligatoria. Sono d’accordo che le abitudini siano una lama a doppio taglio: ti proteggono dalle insidie del mondo sconosciuto ma allo stesso tempo creano una gabbia con poche fughe d’aria che col tempo diventa soffocante. Ma, considerata da un’altra prospettiva, la cosiddetta zona di conforto non può trasformarsi in un’oasi di pace? Traguardo ambito e di difficile conquista?

Forse allora è importante distinguere le abitudini dai conforti. Io talvolta odio le mie abitudini, eppure ancora non so bene cosa mi sia confortevole.

In realtà di una cosa sono abbastanza convinta: ciò che ha da sempre rappresentato per me un rifugio di consolazione e sollievo. Sto parlando della lettura. Così come tutte le relazioni d’amore che si rispettino, anche la mia con i libri è stata conflittuale, a tratti tormentata. È nata nei miei primi anni di vita da una mera volontà di emulazione. Difatti mia madre era un’assidua lettrice e così io, ancora piccola, desiderando imitarla, prendevo i libri dagli scaffali e facevo finta di leggere. 

Ricordo che un giorno, quando avevo circa cinque anni, una zia venne a casa di nonna con uno scatolone zeppo di volumi vecchi. Rovistando in quel tesoro inaspettato vi trovai un unico libro consunto per bambini dal titolo: “l’incredibile storia di Lavinia”, di Bianca Pitzorno. Mi affascinò l’immagine in copertina: una fata turchina elegante con l’abito di stelline e una bacchetta magica sfavillante, accanto una bambina corrucciata, livida di freddo e con i vestiti logori. Me lo feci leggere e provai per la prima volta quell’esperienza di sdoppiamento o di immersione totale, che successivamente grazie ai libri ho vissuto tante volte e vivo tuttora. La protagonista, Lavinia, era una bambina povera che vendeva fiammiferi per strada, maltrattata dai passanti. Un giorno conobbe una fata turchina, che le offri un anello dai poteri magici: se ruotato attorno al dito era in grado di trasformare tutto ciò che si desiderava in escrementi. Grazie a questo dono Lavinia si riscattava dalla sua condizione di povertà e solitudine. Quel libro divenne la mia copertina di Linus, nonostante fosse brutto, vecchio e dalle pagine ingiallite. Ne ero talmente entusiasta che, spinta da non so quale ardore fanciullesco, fui invasa dal desiderio nefasto di portarlo all’asilo per mostrarlo ai miei amici. Inutile dire che non fui accolta dal clamore che mi aspettavo. Il mio compagno bulletto, che allora già mi perseguitava per motivi a me ignoti, all’uscita da scuola me lo strappò dalle mani tra le risate generali con così tanta foga da sgualcire la sua rilegatura già fragile. Non fui però dissuasa dall’abbandonare la mia passione appena nata. Mi convinsi, piuttosto, a tenerla per me, a proteggere i miei piaceri e i miei slanci, e a non riporre mai troppa fiducia negli altri. Ancora oggi conservo quella prima copia di Lavinia nella libreria di casa, tenuta insieme dal nastro adesivo. Ogni volta che la osservo mi procura una piacevole nostalgia mista a vaga malinconia.

Sono diventata lettrice in maniera naturale e spontanea essendo io di indole riflessiva e introversa. Nei momenti di ozio divento malinconica e ansiosa e sento la necessità di annullare qualsiasi contatto con la realtà. Ecco che la lettura diventa la mia più grande alleata. Grazie ai libri ho imparato a conoscere me stessa attraverso le storie di altri e ad accettare sia i momenti di luce che quelli di buio. 

Alle scuole elementari la mia preferenza era rivolta ai classici per adolescenti come: “Piccole donne”, “cuore”, “i ragazzi della via Paul”, “il giornalino di Gianburrasca”, “il giardino segreto”, “le avventure di Tom Sawer”. Un giorno, tuttavia, mi trovavo in libreria e la mia attenzione fu catturata da una copertina singolare. Vi era raffigurato un bambino con uno strano copricapo dalla forma di topo, gli occhiali rotondi e una cicatrice a forma di saetta, impegnato in una partita di scacchi con un topo. Si trattava di “Harry Potter e la pietra filosofale”. Fu amore a prima vista, o peggio, l’inizio della mia ossessione più duratura. Iniziai a portare sempre con me, ovunque andassi, oltre al romanzo che stavo leggendo in quel momento, un volume della saga di Harry Potter per potermici rifugiare nei momenti di massima incertezza. Dentro di me è nata la consapevolezza che oltre la realtà esiste un altro mondo e che si può e si deve credere nei sogni e nella magia. Per anni ho atteso la mia lettera per Hogwarts, che non è mai arrivata. 

Oggi, come forse la maggior parte dei fan di Harry Potter, sono rimasta delusa da certe posizioni estremiste transfobiche prese dalla sua autrice Rowling. Mi sembrano profondamente lontane dai messaggi che ha voluto trasmettere nei suoi romanzi, e me ne dissocio. Da Harry Potter ho imparato che ogni individuo è libero di diventare ciò che vuole; ho imparato l’arte dell’inclusione e dell’accettazione; ho imparato che essere diversi non è essere strani o anormali ma è bello e rende speciali; mi sono illusa che la magia esistesse veramente. Ho compiuto un piccolo sforzo mentale per dividere l’autrice dall’opera e conservare invariato il mio amore. Come l’opera stessa dell’autrice mi insegna, dentro di noi esiste sia il bene che il male e sta a noi scegliere o l’uno o l’altro. Fosse crollato quel muro portante del mio castello sarebbe stato un guaio. 

Ho un ultimo aneddoto divertente. Quando da bambina me ne stavo sul divano del salotto immersa completamente nella lettura, mia nonna ascoltava dallo stereo la musica di Caterina Caselli. La colonna sonora di Harry Potter per me è diventata: “nessuno mi può giudicare”, “insieme a te non ci sto più”, e “perdono perdono”. Strano come il nostro cervello associ cose all’apparenza così distanti e diverse tra loro, senza logica alcuna, e come queste associazioni poi rimangano così nitide e chiare in noi, in grado di influenzarci per sempre.  

Alle superiori sono passata alla letteratura classica seria. Tante cose che leggevo non le capivo fino in fondo a quell’età ma per non so quale oscura ragione mi rapivano completamente. Per esempio “Anna Karenina” di Tolstoy o “guerra e pace”. 

Ma quell’autore in grado di condizionarmi più di tutti, grazie al quale mi sono sentita rappresentata e che ha influito maggiormente sulla definizione del mio carattere è stato Dostoevskij. In primis “delitto e castigo”, ma anche “notti bianche”, “i fratelli Karamazov”, “memorie dal sottosuolo”, “l’idiota”. Sono rimasta colpita dalla sua abilità nel descrivere la psiche umana in tutte le sue sfaccettature, dall’amore fino ai sentimenti più cupi, di solitudine, fragilità, inadeguatezza. I suoi personaggi sono tormentati, imperfetti, incompleti, non buoni e non cattivi ma complicati, a tratti miserabili, inetti. Non sono eroi, bensì antieroi, o meglio umani. 

Tanti libri, successivamente, hanno definito il mio modo di percepire le cose, facendomi vivere altre vite. Non ricordo sempre esattamente la trama dei romanzi che leggo, ma le emozioni che mi suscitano, i cambiamenti che mi provocano.

Con Anne Frank immaginavo che, dopo la mia morte, anche i miei diari segreti sarebbero stati pubblicati e sarebbero diventati testimonianza di un periodo storico.

Con Narciso e Boccadoro ho iniziato ad interrogarmi sul dualismo tra spirito e corpo, sacro e terreno, alto e basso.

Con la coscienza di Zeno ho analizzato le mie paturnie e iniziato un mio personale percorso di autoanalisi.

Con il giovane Holden ho condiviso il mio disagio adolescenziale. 

Con la casa degli spiriti ho preso coscienza di certe dinamiche famigliari tipiche.

Con il conte di Montecristo ho viaggiato per mari, trovato tesori, tramato vendette, cambiato identità.

Potrei continuare all’infinito.

I libri sono la mia bellissima storia d’amore. Sono la mia confort zone, il mio rifugio, ma allo stesso tempo la mia evasione dalla quotidianità. Sono la risposta ad ogni mio dubbio. Sono la quiete per ogni mia tempesta. 

Essere lettrice mi fa sognare di essere scrittrice. 

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