Arturo tra le stelle
Questa sera il cielo è stranamente limpido e puntellato di stelle luccicanti. Se mi concentro riesco ancora a riconoscere alcune costellazioni: l’orsa minore, l’orsa maggiore e poi lei, la più importante per me, la costellazione del Boote. Ecco, è semplice, per identificarla basta prolungare le tre stelle del timone del Gran Carro e arrivare fino ad una stella brillante e di un bel colore arancione, una gigante rossa duecento volte più luminosa del sole: Arturo, si chiama, o anche “guardiano dell’orsa”. Arturo è anche il suo nome, dell’amico che mi ha insegnato tutte queste cose, che quando parlava di astronomia brillava al pari della sua omonima. Mi manca: sono passati tanti anni dall’ultima volta che ci siamo visti, il giorno di Giuda, così lo ricordo. Chissà se anche lui ora sta guardando il cielo come me? Se così fosse siamo più vicini di quanto sembri. Questa cosa mi rincuora.
Arturo ed io ci siamo conosciuti alle scuole elementari, o meglio riconosciuti. Io mi sforzavo invano di assomigliare alle mie compagne, fingendo entusiasmo per cose che in realtà mi annoiavano. Tuttavia mi innervosiva il fatto che ci fosse un gruppo ristretto che stabiliva chi e cosa fosse degno o no. Io capii presto che non lo ero. Mi rassegnai al mio destino perché ero di indole cedevole. È allora che conobbi Arturo. Come me era stato classificato non conforme. La prima volta lo notai nel cortile della scuola, seduto da solo su un gradino della scala d’ingresso, con un grosso libro illustrato di astronomia. Mi affascinavano i libri, nonostante la giovane età, così mi avvicinai per chiedergli cosa stesse leggendo. All’inizio era ritroso ma, quando comprese che il mio era reale interesse e non una burla, si aprì completamente raccontandomi di stelle, pianete, galassie e buchi neri, mentre mi mostrava le illustrazioni. Ne era proprio ossessionato. Il suo amore era nato quando sua madre gli aveva raccontato che Arturoè anche il nome di una stella. Da quel giorno diventammo amici. Passavamo le ore a scuola insieme, e poi anche il pomeriggio, a casa sua o mia, facevamo i compiti e poi il resto del tempo era dedicato al gioco. Io gli parlavo dei miei libri preferiti, lui dello spazio. il nostro amore comune era il piccolo principe. Poi inscenavamo i personaggi: lui era sempre un astronauta.
“Lo sai che l’universo è infinito e noi siamo solo una parte microscopica? Guarda, la terra è qua. Fa parte di un sistema planetario: il sistema solare, che a sua volta fa parte di una galassia: la via lattea, che a sua volta fa parte di ammassi galattici. Sai che è probabile che esistano anche altri universi oltre al nostro? Ti rendi conto” diceva così, gli occhi luccicanti.
“Siamo polvere”
“Macché! Ancora meno di polvere. Inizialmente esisteva solo una piccola particella che poi è esplosa col Big Bang dando origine a tutto. Praticamente noi non siamo nulla. Da grande voglio fare l’astronauta, perché lo spazio è ciò che conta veramente”.
“Ed io, invece, farò la scrittrice, e scriverò un libro su di te che vai nello spazio. Facciamo un patto”, ribattevo.
Col tempo cominciava anche a parlarmi della sua famiglia. I suoi genitori litigavano sempre per ogni cosa e urlavano, allora lui si rintanava nella sua stanzetta e dalla finestra guardava le stelle; oppure d’estate scappava nel parchetto vicino a casa e io spesso lo raggiungevo. Era un modo come un altro per evadere dalla realtà. Arturo viveva letteralmente con la testa tra le stelle. Mettendo insieme le nostre paghette eravamo anche riusciti a comprare un telescopio in realtà molto dozzinale, ma che a noi sembrava magnifico, e che ci accompagnava nelle nostre fughe segrete.
“ I miei sono separati. Meglio così piuttosto che stiano insieme senza volersi bene. Se divorziano anche i tuoi starai meglio. Fidati di me”, cercavo di rassicurarlo.
E così, in questo nostro mondo onirico, passavano gli anni delle elementari e delle medie. Scegliemmo insieme come scuola superiore il liceo Scientifico, con lo sguardo puntato verso i nostri sogni, sperando di capitare in classe insieme. L’ultimo mese di quell’estate lo trascorremmo separati: io al mare con la mia famiglia, lui a casa. Ci ritrovammo direttamente il primo giorno di liceo, in classi separate. Ma qualcosa era cambiato in lui: appariva più freddo e distaccato. Non me ne preoccupai più di tanto perché era solito alternare fasi di euforia a fasi di mutismo; sarebbe passato, come sempre. Ma quello stato durò più a lungo del solito ed io non riuscivo a capire.
Nel frattempo mi stavo integrando bene nella nuova classe: avevo conosciuto ragazzi simili a me e per la prima volta mi sentivo accettata. La stessa cosa non si poteva dire di Arturo, che lottava contro i soliti ruoli di potere. Ed io non potevo aiutarlo, o non volevo? La verità era che a scuola avevo iniziato ad evitarlo, per paura del giudizio dei mie nuovi compagni.
Poi successe quella cosa. Eravamo fuori in cortile durante l’intervallo: io parlavo con il mio nuovo gruppo di amiche e nel mentre tenevo d’occhio Arturo, che al solito stava da solo a studiare in un angolo. Alcuni ragazzi gli si avvicinarono e lo circondarono: si prendevano gioco di lui, volevano qualcosa.Notavo il suo disagio ed avvertivo pericolo nell’aria. D’istinto mi precipitai là, ma subito dopo ebbi paura.
“ Ma quindi hai anche la ragazza? Chi l’avrebbe mai detto!” esclamò uno di loro.
“ Non sono la sua ragazza…” balbettai.
“ Chi sei? La sua guardia del corpo?”
“ Io… lo conosco appena” dissi, e me ne pentii immediatamente.Ci fu uno sguardo tra noi che mi sembrava infinito, attraverso il quale sentivo tutto il suo disorientamento e il suo dolore. Corse via, ferito. I ragazzi ora ridevano di gusto. Io stetti lì, impalata, senza avere la forza di fare niente. Avevo tradito lui ed anche me stessa, per cosa? Per reputazione? Per timore di venir presa di mira a mia volta? Per proteggere la mia nuova posizione? Avevo rinnegato me stessa per conformarmi agli altri. Ero diventata chi più odiavo. Mi sentivo spregevole.
I giorni seguenti Arturo non venne a scuola, non rispondeva neanche alle chiamate. Così decisi di andare a cercarlo a casa sua. Ad aprirmi fu il padre, scontroso, che mi disse che il figlio se ne era andato via con la madre e non sarebbero più tornati. “dove?” chiesi. “Non sono affari tuoi”, e mi chiuse la porta in faccia. I suoi genitori avevano finalmente divorziato e lui non mi aveva detto niente. Ecco il perché del suo atteggiamento. Ed io non gli ero stata vicina, non ero stata in grado di capirlo, di supportarlo.
Da allora non l’ho più visto: sono passati sei anni ma porto sempre con me il senso di colpa. Mi immersi completamente nello studio per non pensare. Ora frequento la facoltà di lettere perché sogno ancora di scrivere un libro sul mio amico Arturo nello spazio. Sono convinta che anche lui stia mantenendo la promessa che ci siamo fatti e che stia studiando per diventare un astronauta.
Questa sera Arturo brilla più del solito ed io sono convinta che ci ritroveremo e io potrò farmi perdonare, dopodiché torneremo ad essere una cosa sola.
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