Sottosopra: la cura di un’indecisa
Come promesso sono qui per aggiornarti sui progressi della mia cura. Sono trascorse due settimane dal mio appuntamento col facoltoso dottore di psicoterapia ed ho messo in pratica il suo suggerimento per sconfiggere la mia indecisione: fare almeno una scelta intenzionale al giorno senza esitare e senza pentirmene.
La mattina di solito la mia testa è già ingombra di pensieri intrusivi. Primo fra tutti il dilemma se alzarmi oppure rimanermene a letto per il resto del giorno per evitare qualsiasi inconveniente e preoccupazione – alla fine l’istinto alla sopravvivenza prevale sempre: ovvero il bisogno di svuotare la vescica e la fame dopo il lungo digiuno notturno. Dopodiché, da ventenne senza lavoro né altro impegno, è tutto un susseguirsi di crisi e conflitti interiori che combatto in silenzio, tra desiderio di combinare qualcosa e necessità che tutto rimanga tranquillo ed invariato, anche se insoddisfacente.
Ma quella prima mattina del mio nuovo percorso doveva essere diversa: libera. Ho cercato di mettere a tacere la voce nella mia testa. Inizialmente ho sentito una sensazioni di solitudine e spaesamento senza la consueta compagnia, e quindi di conseguenza un’urgenza di riempire il vuoto rimasto con qualsiasi altra cosa. Così quando è sopraggiunta debolmente l’idea di iniziare la giornata uscendo a fare una corsetta, mi ci sono aggrappata con speranza e fiducia. D’altronde c’è anche il detto: mente sana in corpo sano; e di questo sono convinta pure io.
Ho fatto dunque la mia corsetta a digiuno e, anestetizzata dallo sforzo fisico, ho alleviato i sintomi da astinenza di riflessioni.
Il secondo giorno sono nuovamente uscita a correre appena sveglia. Mentre tornavo ho intravisto nascosto tra un cespuglio un piccolo micetto nero. Mi sono avvicinata cautamente e, piegata sulle ginocchia, cercavo di guadagnare la sua fiducia. “Eccolo dov’è, lo stavo cercando”, ha esclamato una voce femminile alle mie spalle. “è tuo?” ho detto voltandomi. “oh no, fa parte della colonia qua vicino, io sono solo una volontaria, porto il cibo ogni mattina. Ho notato che mancava un gattino della nuova cucciolata e mi sono preoccupata”, ha risposto la ragazza. “amo gli animali, farei qualsiasi cosa per loro…”, ho manifestato i miei pensieri così istintivamente a voce alta, senza nemmeno rendermene conto. “davvero! Stiamo cercando nuovi membri che aiutino al rifugio per gatti della città, se ti interessa”. Ho pensato: “si”; ho detto di getto: “si”. Ero spinta da un ardore ed una fiducia insoliti, forse dovuti all’adrenalina della corsa, ancora persistente. Così la ragazza mi ha dato tutte le informazioni e mi ha invitato a recarmi al gattile già l’indomani. Nel frattempo il micetto si strusciava con sempre maggior insistenza alle mie caviglie, con la codina ritta ed emettendo dei miagolii strozzati. “sembra che gli piaci, sai che sono i gatti a scegliere la loro casa e non viceversa. Loro sanno sempre quello che vogliono”. A differenza di me, ho pensato. “posso tenerlo?” ho chiesto esitante. “non sta a me stabilirlo, e nemmeno a te”, ha risposto la ragazza con un sorriso. Sciolta dall’onere, menomale. Fatto sta che il gattino mi ha accompagnato fino a casa e dopo anche dentro casa e nella mia stanza, e non mi ha più mollato. Sembra che io abbia un nuovo coinquilino.
Il terzo giorno dopo la consueta corsa attivante -ormai l’ho definita così- sono andata al rifugio per gatti. Con mia sorpresa, mi sentivo più o meno a mio agio in quell’ambiente. La giornata è trascorsa piuttosto velocemente mentre mi occupavo dei gatti, in compagnia di esseri che sentivo affini a me -i gatti appunto. Anche gli altri volontari erano discretamente piacevoli. Distraevo in questo modo la mia mente dal caos. Forse erano i gatti che si occupavano di me, ora che ci penso.
I giorni successivi sono sempre tornata al gattile. Ho pulito le gabbie, le cucce e le lettiere; ho giocato con i gatti; ho rifornito di cibo e acque le varie colonie sparse nella città; ho incontrato potenziali adottanti, fornendo loro informazioni; ho preparato i gatti per l’adozione; ho assistito il veterinario nella cura dei gatti feriti e malati nell’ambulatorio del rifugio. La sera tornavo a casa stanca e trovavo ad attendermi il mio micetto, che ho chiamato Edvige, che pretendeva attenzioni. Si è ambientato benissimo, ha occupato tutti gli spazi della casa con naturalezza ed orgoglio, come se gli fossero sempre appartenuti.
In questo modo sono trascorse due settimane senza che me ne accorgessi, con tutta l’attenzione focalizzata sulla nuova metà. Qualche volta ho rischiato di cedere alla solita vocina nemica nella mia testa, che mi sussurrava frasi di sconforto, ma poi mi ripetevo le indicazioni del dottore come un mantra e ritrovavo coraggio. Ho capito che quando si fa luce su uno scopo preciso tutto ciò che sta intorno diventa sfuocato e perde di importanza. Forse la voce nemica può diventare addirittura una miccia per mantenere viva la luce.
Alla vigilia del mio appuntamento con il dottore, sento di avere fatto già dei progressi enormi. Sto riuscendo a trovare un modo per domare la mia indole riflessiva, dirigendo tutti gli sforzi verso una meta prestabilita per me importante. Da questa iniziale esperienza ho imparato che i gatti sono veramente speciali, con il loro portamento altezzoso, fiero e indifferente sembrano superiori a tutto e tutti; sembra che niente li tange. Sono sicuri, decisi, indipendenti e soprattutto liberi: tutto ciò che vorrei essere io. Ma nell’impossibilità di trasformarmi io stessa in un gatto ho pensato che un’alternativa valida potrebbe essere continuare a prendermene cura.
Ovviamente il mio lavoro in queste settimane è stato da volontaria, quindi non retribuito, il che non mi reca alcun disturbo se non fosse che la sopravvivenza necessità di denaro. Se non voglio mantenermi a spese dei miei genitori per sempre, situazione che mi produce ulteriore stress, mi rendo conto che devo ridurre questa attività al tempo libero e trovarmi un vero lavoro. Così un’idea nuova mi è balenata: diventare veterinaria. Ho preso il pc e ho cercato informazioni sul test d’ammissione per il corso di laurea in medicina veterinaria. È già un inizio. Sono consapevole che il cammino è ancora lungo e tortuoso e non privo di ricadute e consueti dubbi esistenziali. Devo imparare ad accettare di non avere tutte le risposte: forse è questo il rimedio. Così credo, non lo so, nonostante tutto rimango una ragazza indecisa, o meglio: una ragazza indecisa con un nuovo scopo.
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