C’è luce anche nel buio
Avverto sulla pelle il calore del sole che entra dalla finestra: è una bella giornata, dentro e fuori. Sono emozionato, oggi esordirò a Baskin e spero così tanto di fare bene. Inizialmente non volevo nemmeno provare, conoscere persone nuove è per me da sempre problematico, poi mi sono convinto e già dal primo allenamento ho compreso di aver trovato una seconda famiglia, un luogo in cui poter essere me stesso.
Oh ecco il timer, dev’essere cotta la pasta.
Arrivo disinvolto fino al fornello e con tocco deciso afferro il colino che mamma mi ha lasciato posizionato sulla destra del lavello. Ancora oggi, nonostante io sia ormai più che rodato nello stare a casa solo, lei mi prepara gli utensili in ordine di utilizzo, da sinistra a destra, così che io sappia sempre trovare ogni cosa. Mentre scolo la pasta avverto il calore del vapore che risale sulle mie mani, l’odore di amido mi invade le narici. Nonostante l’agitazione comincio ad aver fame. E non solo io… sento lo scalpiccio di Mango giungere in cucina. Riconoscerei il suo ansimare tra mille al mondo. Sono pronto a sfamare entrambi: a destra la scatola di tonno per la mia pasta, a sinistra quella per il mio cane guida. Nel toccare il tonno mi rendo conto che la linguetta è più arrotondata del solito e i miei sospetti vengono confermati dall’inconfondibile zaffata di carne che segue il clak dell’apertura.
Susan! Penso mentre un sorrisetto mi si disegna in volto. Voleva di certo vendicarsi della soffiata di ieri a mamma riguardo il suo nuovo fidanzato e la loro uscita di oggi… e invece è restata fregata, di nuovo!
Appena mi siedo a tavola pronto a consumare finalmente il mio pasto sento un peso poggiarsi sulla gamba destra, accompagnato da un familiare calore. È la testa di Mango che, come sempre, mendica un pò del mio cibo dopo aver finito troppo velocemente il suo.
“Alexa che ore sono?” Chiedo alla mia fedele amica.
“Buon pomeriggio Victor, sono le due e dodici del pomeriggio”
Nemmeno il tempo di realizzare che sono in ritardo che ecco il suono del clacson tuonare nelle mie orecchie. Due suoni brevi e uno più lungo: è il segnale che papà è arrivato a prendermi per portarmi in palestra.
Vado verso l’ingresso, con una mano afferro il borsone, con l’altra il mio bastone guida e, appena prima di uscire, mi rivolgo a Mango, che so per certo essere alle mie spalle con il guinzaglio in bocca.
“Stavolta devi aspettarmi a casa, tifa per me”.
Sento il tonfo del guinzaglio cadere a terra e l’umido naso di mango che si avvicina per darmi il suo personale in bocca al lupo.
Entro in palestra preceduto dal ticchettio del mio bastone. Ho convinto papà a lasciarmi entrare solo: lui andrà direttamente sugli spalti. Prima ancora di udire la sua voce sento il suo profumo giungere fino a me. Mary.
“Sei pronto per la tua prima partita?” Mi chiede la sua dolcissima voce.
“Mai stato più pronto”.
Eccomi in panchina. Sento la palla che rimbomba, i tonfi delle scarpe che corrono sul parquet.
“Victor alzati, tocca a te” la voce dell’allenatore mi raggiunge. Un tuffo al cuore, le viscere contratte per l’emozione. Forse è un bene che io non possa vedere quante persone ci siano in palestra…
Arrivo alla mia area accompagnato da Mary che mi stringe forte la mano, le affido il mio bastone e resto in attesa. Cerco di acuire l’udito per capire da che lato si stia svolgendo l’azione di gioco.
A un tratto sento il rimbalzo della palla che si avvicina e la voce di Jack che si rivolge a me
“Pronto? Tira bene in alto, segui il suono. Sei forte”.
Mi lascio guidare dalle sue mani fino alla posizione corretta. Poi attendo il segnale, come provato tante volte in allenamento. Tic toc toc. Un rumore sordo contro il tabellone del canestro. So dove mirare. Raccolgo il tiro, carico con le gambe e lascio andare. Un boato si alza dal pubblico: capisco di aver fatto centro.
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