Sottosopra: confessioni di un’indecisa
Quando l’altro giorno sono stata per più di un’ora nel reparto colazione del supermercato con la testa che quasi scoppiava, giunta al limite di sopportazione ho afferrato il cellulare e ho fatto quella chiamata che da tempo rimandavo. Ho finalmente deciso di affidarmi ad uno psicanalista per risolvere il problema che mi affligge. Mi è stato consigliato, come prima cosa, di tenere un diario, perché scrivere aiuta a capire. Così eccomi qua che metto immediatamente in pratica i consigli del dottore, sperando di riuscire a trovare qualche risposta.
Penso che parlare di problema, o addirittura sindrome, sia esagerato, semmai si tratta di una caratteristica del mio essere debilitante, sconfortante, a tratti ingestibile. Già l’essere arrivata alla decisione di chiamare un esperto per me è un traguardo importante. Mi tormentavo col dubbio se ce ne fosse veramente la necessità o se invece fosse solo un mio capriccio. Mi immaginavo già vari scenari: in uno il dottore scoppiava a ridere di fronte alla mia confessione, in un altro mi cacciava via adirato dicendo: “questa non è certo la sede opportuna per discutere di certe quisquilie”. In un caso estremo invece mi annunciava che sarebbe stato necessario un intervento drastico e che non ci sarebbe stata la certezza di guarigione. Ovviamente nessuno di questi scenari si è presentato. Anzi, ho capito che da uno psicanalista è possibile parlare di tutto con tranquillità e che ciò che è rilevante per me può non esserlo per un’altra persona ma non per questo va trascurato. Così mi sono tranquillizzata.
Ma mi sono accorta che non ho ancora rivelato cos’è quella cosa che mi turba, mi perseguita, mi strazia. Non so, forse si è capito, ma è meglio essere chiari. Si tratta, niente meno che dell’indecisione. Lo so, può sembrare una cosa di scarsa importanza, ma ti assicuro che è la mia peggior nemica, pronta ad intervenire sulla mia psiche ogni volta che ne intravede la possibilità, solo perché, sadica, gode nel vedermi impazzire. Prova ad immaginare. Sono al supermercato: devo scegliere le cose per la colazione. Dilemma numero uno: dolce o salato. E qui nella mia testa si enumerano tutti i pro e i contro: il dolce è più buono ma meno salutare, il salato meno soddisfacente ma più salutare, e via dicendo. Dopo una lunga riflessione opto per il dolce. Dilemma numero due: biscotti, cereali o fette biscottate. E qui è ancora più ardua l’impresa perché la scelta non è doppia ma bensì tripla – una cosa che l’indeciso sa per certo è che più opzioni ci sono più la difficoltà aumenta. Poi subentra l’ecoansia e tutti i dilemmi etici ad essa connessi: no confezioni di plastica monodose, no olio di palma, no additivi, no prodotti di origine animale, no lattosio, e cose così. Quando finalmente la mia preferenza ricade sui cereali, ingenuamente, credo di aver portato a compimento l’opera, ma, voltandomi, mi rendo conto che c’è un intera parete colma di confezioni di cereali. Incubo. E così passa mezz’ora ed io nel carrello ho solo una busta di cereali classici – perché alla fine si va sempre sul classico. Ora moltiplica questa situazione per tutte le categorie di alimenti. Risulta che io passo al supermercato metà giornata. Questo è un esempio di come agisce la mia nemica, e lo fa in tutti gli ambiti. Nei negozi di abbigliamento passo un infinità di tempo davanti al capo che mi interessa. La mia mente che lavora freneticamente: ne ho davvero bisogno? Si adatta al mio stile? Valorizza il mio corpo? Il colore è nella mia armocromia? La commessa mi chiede: “ha bisogno di una mano?”, ed io, simulando sicurezza, rispondo: “sto solo dando un’ occhiata”, mentre dentro di me la guerra progredisce.
E come se da ogni mia scelta dipendessero le sorti dell’intero universo. Ti rendi conto quanta responsabilità?
E non parliamo dei regali, compito titanico perché non riguarda più solo me. Devo arrogarmi la pretesa di sapere cosa vuole l’altra persona, quando a malapena conosco quello che desidero io. E quando alla domanda: “che cosa ti serve?”, ti rispondono: “ma niente, qualsiasi cosa andrà bene”, impazzisco. Non è mai vero, perché se il regalo non è di gradimento si intravede subito la delusione sul volto del destinatario. Quanti compleanni ho saltato solo per evitare l’inconveniente del regalo.
Poi ci sono anche tutti i dubbi legati all’atteggiamento degli altri nei tuoi confronti. La semplice frase: “ti vedo in forma”, dà origine a voli pindarici senza fine. Cosa avrà voluto dire? Che prima non lo ero? Mi sta prendendo in giro? Mi sta giudicando? Ogni frase può avere molteplici significati a seconda dell’intonazione, del contesto, della persona, del proprio stato d’animo, della percezione che l’altro ha di te. E viceversa quello che dici tu può essere interpretato dall’interlocutore in infiniti modi. Quindi va attuato sempre un lavoro minuzioso di selezione delle parole giuste. In realtà tutti possono avere ragione o torto e diventa arduo capire qual è la verità. Nella vita di un indeciso ci sono molteplici ipotesi e poche certezze.
Ogni scelta, inoltre, porta con sé per molto tempo interrogazioni sul fatto se sia stata la cosa giusta o sbagliata da fare, con annessi sensi di colpa e rimproveri, fino a quando subentra una nuova decisione, ed il meccanismo ricomincia. Un circolo vizioso interminabile: l’eterno ritorno.
Ovviamente c’è sempre l’assoluto bisogno di nascondere la propria insicurezza sotto una maschera di freddo cinismo, indifferenza, come se si fosse superiori a questioni tanto terrene.Guai se ti scoprono: l’indeciso agisce in segreto, nei meandri bui dell’esistenza e combina danni.
E per ora ho solo parlato di cose, per così dire, secondarie, ma pensa quando ci sono in gioco questioni di primaria importanza. Mi basta dire che ho terminato da un anno la scuola superiore ed ora non studio né lavoro né faccio nient’altro di produttivo. Perché? Perché non sono in grado di decidere.
Ho rinunciato a parecchie esperienze, ad amori, ad amicizie, a vacanze per evitare delusioni, fallimenti, possibili sbagli ma precludendomi così anche le cose belle, le vittorie, i traguardi, il divertimento. Che poi sono pure convinta che cadere non sia un errore ma una grande opportunità di rialzarsi più forti. E nonostante questo la paura rimane e la mia nemica continua a perseguitarmi.
Il fatto è che vedo intorno a me infinite possibilità di essere, tutte potenzialmente migliori o peggiori, e sento il peso insostenibile di valutare quale strada sia la più adatta per me. Come faccio a saperlo? Come posso conoscerlo? Vorrei avere una sfera di cristallo che mi faccia vedere il futuro, o un genio della lampada che mi dica sempre cosa sia la cosa giusta da fare. Se esistesse il destino sarebbe veramente infame ad affliggermi così tanti tormenti prima di indicarmi la mia sorte. Ma ovviamente non credo nel destino, ma nella più caotica casualità.In fondo fa tutto parte del gioco della vita: siamo esseri imperfetti, contraddittori, fatti di opposti, fallaci.
Devo ammettere che scrivere è davvero liberatorio, forse è davvero la soluzione.
Comunque il terapeuta mi ha insegnato che la capacità di prendere decisioni si può allenare così come un muscolo, in modo che diventi un’abitudine, accettando l’errore come parte del processo.
Concretamente per allenare il “muscolo decisionale”, oltre a tenere un diario come questo, devo iniziare a fare una scelta intenzionale ogni giorno, impostando un timer mentale a seconda del grado di importanza. Se sbaglio non devo dire: “ho fallito”, ma “cosa rifarei diversamente?”, senza senso di colpa. Una volta che ho deciso non devo più tornare indietro, ne riaprire le questioni.
Voglio mettere in pratica tutti questi suggerimenti quanto prima,per sconfiggere la mia nemica. Ho deciso che da domani uscirò e non avrò paura.
Ti farò sapere come è andata ovviamente: se rientrerò con la coda tra le gambe oppure se otterrò dei risultanti rilevanti. Stranamente mi sento fiduciosa. Sarà solo l’entusiasmo della novità? Oppure effettivamente sono pronta al cambiamento?
Lascia un commento