E tu, ti senti al sicuro?
Le fronde dei maestosi alberi si muovono dolcemente grazie alla brezza mattutina. Nonostante il sole non sia ancora al suo apice Susan suda copiosamente. Dopo tutto è pur sempre Agosto. Il respiro della ragazza comincia a diventare ansimante per lo sforzo. I polmoni le bruciano, i muscoli delle gambe pulsano dal dolore. Susan stringe i denti e continua a correre mettendo un piede davanti all’altro ritmicamente. Dopo il salvataggio dall’isola la ragazza si sente diversa. Prima della terribile esperienza non si sarebbe mai sognata di andare a fare jogging ogni mattina all’alba. Prima avrebbe dormito fino a mezzogiorno e avrebbe passato il resto della giornata chattando con qualche ragazzo conosciuto online o uscendo a sperperare i soldi dei suoi genitori facendo shopping con le amiche. L’esperienza dell’isola è stata catartica. Sconvolgente ma catartica. Pure ora, a distanza di due mesi, di notte vede davanti a sé gli occhi sbarrati di Olive. Quando cala il buio non può fare a meno di sentire il panico farsi strada nel petto bloccandole il respiro. Rivede Jacob aggredirli, sente la lama del coltello attraversarle di nuovo la carne. Ma vedere la morte in faccia ha completamente invertito l’ordine delle sue priorità. Durante il viaggio di ritorno mentre era rannicchiata in un angolo dondolando le gambe avanti e indietro in una ripetizione che le dava sicurezza ha guardato Alfredo privo di sensi su una barella. Medici e infermieri lo circondavano lottando per salvargli la vita. In quel momento ha deciso di non sprecare più la vita come aveva fatto finora. Avrebbe vissuto, e vissuto a pieno, anche per Olive e per tutti quei disgraziati che avevano perso la vita durante l’incidente aereo. Una mattina, dopo una notte intera passata con gli occhi sbarrati rivivendo il terrore dell’ultima notte sull’isola, ha deciso di correre per esorcizzare i mostri che la tormentavano. Ha scoperto così che correre da disciplina, infonde sicurezza. Correre la aiuta ad affrontare il dolore. Da quel giorno ogni mattina a 6.30 puntuale come un orologio svizzero Susan esce per fare jogging a Central park. Ogni giorno un pezzettino in più. L’obiettivo la maratona di New York. L’orologio di Susan vibra riportandola alla realtà. 18km. Il suo obbiettivo giornaliero. Nel guardare l’orologio si vede la mano destra. La cicatrice del coltello lanciatole da quel pazzo omicida di Jacob le sarebbe restata a vita. Prova ancora un dolore lancinante se solo ripensa all’istante in cui il coltello le ha attraversato la mano da parte a parte. Lei è svenuta ma il coltello con la sua forza le ha spinto la mano contro il bottone d’accensione del radar attivandolo. Senza volere è stato proprio Jacob a chiamare i soccorsi. Lentamente rallenta e cerca di accogliere nei suoi polmoni quanta più aria riesce ad incamerare. Central Park a quest’ora è meraviglioso. Lo popolano solo i corridori del mattino, i giardinieri e le paperelle che trotterellano contente sulle sponde del Conservatoy Lake. Sembrano sapere che a breve arriveranno orde di turisti a rimpinzarle di cibo come tacchini prima del ringraziamento. Susan fa un profondo respiro e inizia lo stretching. Piega all’indietro la gamba destra afferrandosi la punta del piede. Sente il quadricipite tirare e allungarsi. La ragazza fissa lo sguardo sulla statua di Alice nel Paese delle Meraviglie. Non credo di averla mai vista senza bambini intenti ad arrampicarcisi sopra.. riflette tra sé e sé. La natura è proprio meravigliosa.. pensa ammirando i chiaroscuro dell’erba tagliata da poco, luminosa e luccicante dove la colpisce il sole e verde intenso dove la copre l’ombra delle fronde. Improvvisamente avverte un tocco su una spalla. Sente il cuore fare una capriola, il battito accelera e l’aria si fa densa nelle sue narici. Istintivamente fa un balzo in avanti e si gira impugnando il suo fedele spray al peperoncino. Si ritrova davanti un ragazzo più o meno della sua età. Capelli e occhi neri, vestito come lei in tenuta sportiva. Sembra stupito e imbarazzato dalla sua reazione. Vede che muove le labbra ma non sente cosa dice. Si ricorda di aver indosso le sue AirPods con la musica alta. Con un gesto rapido ne toglie una per sentire cosa le sta dicendo il ragazzo. “Scusa non volevo spaventarti” dice lui con un mezzo sorriso imbarazzato. “Ti sono cadute le chiavi un paio di km fa. Ho provato a chiamarti ma non mi sentivi. Allora le ho raccolte e ti ho seguita per restituirtele, solo che vai fortissimo e non ti sono stato dietro”. “Grazie” bisbiglia Susan diffidente. “Di nulla! Buona corsa e buona giornata! Lasciati dire che sei un fenomeno, sembri nata per correre!” Replica il ragazzo gioviale riprendendo la sua corsa. Susan resta intontita a guardare il giovane allontanarsi. Nonostante siano passati mesi non riesce a riprendere il contatto umano. Prima dell’isola se un ragazzo l’avesse avvicinata avrebbe saputo esattamente cosa dire e si sarebbe messa a flirtare senza problemi. Invece ora ha una gran paura di tutti e tende a chiudersi e isolarsi. La psichiatra da cui l’ha costretta ad andare sua madre lo chiama disturbo post traumatico da stress e dice che dovrebbe prendere degli ansiolitici. Ma Susan non vuole ridursi come sua madre. Ha deciso di curarsi con la corsa, la meditazione e l’aiuto dei compagni di avventura. A proposito dei compagni di avventura Susan estrae il proprio smartphone dal marsupio e apre la chat con Marco. “È successo ancora. Non riesco a non temere ogni cosa”. Pochi secondi dopo ecco la risposta “devi darti tempo. Tutti ce lo dobbiamo dare. Ci vediamo da Alfredo alle 10?” “Come sempre” digita lei rapida. Alfredo è ricoverato al New York Presbyterian da quando sono rientrati. La colluttazione con Jacob gli ha provocato un forte trauma cranico con rottura della seconda vertebra cervicale. Fortunatamente i dottori dicono che con il tempo e tanto impegno si riprenderà. Alfredo non ha più nessuno, la moglie Jenny è morta, la cognata Olive pure e non ha altri parenti. Marco e Susan sono diventati la sua famiglia. L’esperienza affrontata insieme li ha uniti come non mai. Susan ha convinto suo padre ad appianare ogni debito di Alfredo e come se non bastasse a pagare tutte le costose terapie che lo riporteranno a camminare. Marco ha finalmente iniziato il suo lavoro alla Nasa come ingegnere aerospaziale. Susan ha deciso di restare in America con la madre e finire gli studi a New York, non ci pensa proprio a salire di nuovo su un aereo per tornare in Italia dal padre. Ogni giorno i due vanno a trovare Alfredo. Passare qualche ora insieme li aiuta a elaborare il ritorno alla normalità dopo il trauma dell’isola. Susan racconta agli amici dei suoi progressi nella corsa, Marco parla della progettazione di nuove navicelle intelligenti e Alfredo li fa morire dal ridere descrivendo l’oscenità del cibo che gli servono in reparto. Spesso i tre si interrogano su Jacob. È davvero possibile che il lutto faccia impazzire? È stato il perdere moglie e figlio in un incidente che ha fatto perdere il senno ad uomo apparentemente stabile e affidabile? Oppure l’uomo aveva già qualche tarlo mentale? Ereditario forse? Architettare un omicidio-suicidio con tanto di disastro aereo non è di certo, e per fortuna, da chiunque. I tre amici sentono ancora la pelle d’oca nel parlare di Jacob, seppure sappiano per certo di essere al sicuro, essendo lui rinchiuso nel carcere di Rikers Island. “Stamattina mi sono spaventata di nuovo” Dice Susan agli amici ringraziando dentro di sé l’aria condizionata che li tiene al riparo dall’afa estiva. Il sole ormai alto in cielo entra dalla grande vetrata rendendo cangianti i suoi lunghi capelli rossi. “Riuscirò mai a tornare quella di prima?” chiede la ragazza prima a sé stessa che agli uomini. In tutta risposta qualcuno bussa alla porta. Sono degli agenti della polizia di New York. “Jacob Miller è evaso durante il trasferimento tra Rikers Island e il New York Pshychiatric Institute. Oggi avrebbe avuto la perizia per l’infermità mentale. Ha ucciso un agente e ne ha feriti altri due. Le ultime sue parole sono state che vi avrebbe trovati per finire il lavoro. Sono state dispiegate tutte le forze della polizia di Stato per trovarlo. Finché non sarà di nuovo in carcere dobbiamo presidiare la stanza e ognuno di voi potrà muoversi solo con un agente di scorta”. Susan sente mancare la terra sotto i piedi. Il battito accelera e il respiro si fa corto. Gli occhi sgranati con le pupille dilatate dallo sgomento passano veloci dagli agenti agli amici. È peggio del suo incubo più oscuro. Cala il silenzio nella stanza. Improvvisamente i tre naufraghi sono tornati sull’isola del terrore.
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